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Cass. Civ. Sez. Lav. n. 16131/2005
 
 
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La Cassazione boccia il contributo di solidarietà

Con 5 pronunce rese sul finire dell'anno 2009, la Suprema Corte ha dichiarato l'illegittimità del contributo di solidarietà imposto dalla Cassa Comemrcialisti e dalla Cassa Ragionieri in occasione delle recenti riforme dei sistemi di previdenza. Così facendo la Cassazione ha avvalorato i principi già ampiamente esposti dai giudici del merito.

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LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:                           
Dott. Guglielmo      SCIARELLI     -       Presidente -             
Dott. Natale         CAPITANIO     -      Consigliere -             
Dott. Federico       ROSELLI       - Rel. Consigliere -             
Dott. Antonio        LAMORGESE     -      Consigliere -             
Dott. Alessandro     DE RENZIS     -      Consigliere -             
ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
ASSOCIAZIONE CASSA NAZIONALE DI PREVIDENZA ED ASSISTENZA A FAVORE DEI RAGIONIERI E PERITI COMMERCIALI, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in  ROMA  VIA  DEGLI  SCIPIONI 288, presso  lo  studio  dell'avvocato  SILVANO  PICCININNO,  che  lo rappresenta e difende giusta delega in atti, unitamente  all'avvocato ROSSI GUIDO, giusta procura speciale atto notar STEFANIA AGOSTINO  in ROMA del 10 marzo 2005 REP. N. 39636;

ricorrente –

contro

L.R.G.;

intimato –

e sul 2° ricorso n° 05052/03 proposto da:
L.R.G., domiciliato in ROMA presso LA CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI  CASSAZIONE,  rappresentato  e  difeso  dall'Avvocato   ALESSANDRO GARLATTI, giusta delega in atti;

controricorrente e ricorrente incidentale –

contro

ASSOCIAZIONE CASSA NAZIONALE DI PREVIDENZA ED ASSISTENZA A FAVORE DEI RAGIONIERI E PERITI COMMERCIALI, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in  ROMA  VIA  DEGLI  SCIPIONI 288, presso  lo  studio  dell'avvocato  SILVANO  PICCININNO,  che  lo rappresenta e difende giusta delega in atti, unitamente  all'avvocato ROSSI GUIDO, giusta procura speciale atto notar STEFANIA AGOSTINO  in ROMA del 10 marzo 2005 REP. N. 39636;

controricorrente al ricorso incidentale –

avverso la  sentenza  n.  442/02  della  Corte  d'Appello  di  MILANO, depositata il 10/07/02 - R.G.N. 1058/2001;
udita la relazione della causa  svolta  nella  pubblica  udienza  del 30/06/05 dal Consigliere Dott. Federico ROSELLI;
udito l'Avvocato PICCININNO;
udito l'Avvocato GARLATTI;
udito il P.M. in persona del  Sostituto  Procuratore  Generale  Dott. Riccardo FUZIO che ha concluso per il rigetto dei ricorsi  principale ed incidentale.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso del 19 marzo 1998 al Pretore di Milano, G.L.R. esponeva di essere stato dapprima prestatore di lavoro subordinato, con iscrizione all'Inps, e poi libero professionista con iscrizione alla Cassa nazionale di previdenza ed assistenza per i ragionieri e periti commerciali, vantando così un'anzianità contributiva complessiva superiore a quarantadue anni. In data 18 marzo 1992 egli aveva presentato, ai sensi dell'art. 45 l. 5 marzo 1990 n. 45, domanda di ricongiunzione contributiva onde conseguire presso la Cassa l'anzianità richiesta dalla l. 30 dicembre 1991 n. 414 per la pensione.
Ai sensi dell'art. 4 l. n. 45 del 1990, entro centottanta giorni dalla domanda, ossia entro il 18 settembre 1992, la Cassa avrebbe dovuto comunicargli il relativo onere economico affinché egli potesse valutare l'opportunità di effettuare un'eventuale integrazione contributiva per la ricongiunzione, il cui termine scadeva il 31 dicembre (recte: 18 novembre) successivo.
La Cassa aveva compiuto detta comunicazione solo l'8 novembre 1993 ossia quando il detto termine era ampiamente scaduto, onde egli non aveva potuto né compiere la valutazione d'opportunità economica né eseguire l'integrazione contributiva, così perdendo il beneficio della ricongiunzione col connesso aumento della pensione.
Tanto esposto, il L.R. chiedeva che la Cassa fosse condannata a risarcirgli il danno da ritardata comunicazione, in misura corrispondente al valore dell'aumento pensionistico perduto, diminuito del suddetto incremento contributivo e maggiorato di interessi e rivalutazione.
Costituitasi la convenuta, il Pretore rigettava la domanda con sentenza dell'11 maggio 2001, ritenendo che il ritardo in questione fosse imputabile non alla Cassa bensì al Ministero del lavoro il quale soltanto con d.m. 2 luglio 1993 aveva approvato i dati (tariffe), necessari ex art. 13, sesto comma, l. 12 agosto 1962 n. 1338 al calcolo della contribuzione integrativa.
Proposto appello dal L.R. con sentenza del 10 luglio 2002 la Corte di merito riformava la prima decisione e, ritenuto l'imputabile inadempimento della Cassa, la condannava al risarcimento del danno.
Essa osservava che il Ministero aveva bensì tardato nell'approvazione delle tabelle, ma il ritardo era dipeso da negligenza della Cassa, la quale a sua volta aveva deliberato la possibilità di ricongiunzione solo il 23 aprile 1993, ossia quando il termine legale (art. 4 l. 45 del 1990 cit.) per la ricongiunzione contributiva era già scaduto.
Quanto all'ammontare del danno, la Corte d'appello escludeva che esso potesse equivalere all'ammontare dei ratei di pensione già perduti ed alla capitalizzazione di quelli percipiendi. Infatti la mancata, tempestiva comunicazione dei dati aveva cagionato direttamente non già la perdita di quei ratei bensì la possibilità che il pensionando compisse una valutazione d'opportunità economica e quindi una scelta, che avrebbe anche potuto essere anche negativa. Occorreva poi considerare che la scelta positiva avrebbe comportato un notevole esborso per contribuzione integrativa. Pertanto la Corte riteneva di liquidare il danno in via equitativa, ex art. 1226 cod. civ., nella misura del trenta per cento dell'ammontare dei ratei sopra detti.
Contro questa sentenza ricorrono per cassazione in via principale la Cassa nazionale di previdenza ed assistenza per geometri e periti commerciali ed in via incidentale il L.R. che è anche controricorrente. Memoria della ricorrente.

MOTIVI DELLA DECISIONE

I due ricorsi, principale e incidentale, debbono essere riuniti ai sensi dell'art. 335 cod. proc. civ.
Col primo motivo la ricorrente principale lamenta la violazione dell'art. 4, comma 2, l. n. 45 del 1990 e vizi di motivazione, osservando che, seppure la legge imponesse un termine per ottenere un beneficio pensionistico e seppure l'osservanza di questo termine da parte del lavoratore pensionando richiedesse un'attività informativa da parte della Cassa debitrice della pensione, tuttavia quest'attività presupponeva a sua volta adempimenti (approvazione di tariffe) del Ministero del lavoro, per i quali la legge non imponeva alcun termine. Fu il ritardo del Ministero a cagionare il ritardo della Cassa, alla quale pertanto erroneamente - ad avviso della ricorrente - la Corte d'appello imputò la perdita del beneficio in questione.
Il motivo non è fondato.
La ricorrente riconosce che, una volta chiesta dal lavoratore la ricongiunzione contributiva, la Cassa previdenziale avrebbe dovuto entro centottanta giorni comunicargli l'onere economico, ossia l'ammontare dei contributi integrativi da versare, onde permettergli di valutare la convenienza economica dell'operazione (art. 4, comma 2, cit.). Avvenuta positivamente tale valutazione, il lavoratore aveva altri sessanta giorni di tempo per versare i contributi integrativi.
La comunicazione della Cassa avrebbe dovuto tuttavia essere preceduta da una sua deliberazione e poi dalla determinazione delle tariffe da parte del Ministero del lavoro (art. 13, comma 6, l. 12 agosto 1962 n. 1338).
È pacifico, in punto di fatto, che tanto la deliberazione della Cassa quanto, e necessariamente, la successiva determinazione del Ministero, si ebbero quando il suddetto termine di centottanta giorni era già inutilmente scaduto. Esattamente perciò la Corte d'appello ha addebitato all'inerzia della Cassa questa inosservanza del termine e, di conseguenza, la perdita della ricongiunzione contributiva e del connesso beneficio pensionistico da parte del lavoratore.
Né giova alla Cassa, ora ricorrente, osservare che nessun termine le era imposto per la detta deliberazione.
L'art. 4, comma 2, l. n. 45 del 1990 impone alla "gestione presso cui si accentra la posizione assicurativa", vale a dire all'ente previdenziale che, dopo la ricongiunzione dei periodi contributivi, dovrà erogare la pensione (nella specie la Cassa ora ricorrente) l'obbligo di comunicare "all'interessato l'ammontare dell'onere a suo carico nonché il prospetto delle possibili rateizzazioni" entro il termine di centottanta giorni dalla domanda di ricongiunzione.
In materia di attuazione del rapporto obbligatorio, nascente da legge o da contratto, la concreta individuazione della prestazione, vale a dire la ricostruzione del suo contenuto in sede di interpretazione della fonte (disposizione di legge o clausola contrattuale), equivale alla determinazione della o delle attività a lui richieste per adempiere esattamente, con riguardo non solo all'attività principale ed espressamente prevista, ma anche ad attività preliminari, collaterali o strumentali al comportamento tipico (prestazioni accessorie, che si aggiungono a quella principale). E così, se non possono imporsi al debitore sforzi eccessivi rispetto all'economia del rapporto e in definitiva inesigibili, nondimeno egli deve attivarsi nei tempi e coi modi pur necessari alla soddisfazione del creditore. Ad es. il medico è obbligato non solo a curare ma anche ad informare il paziente sui rischi della cura (Cass. 6 ottobre 1997 n. 9705); il datore di lavoro deve non solo retribuire il prestatore ma anche proteggere la sua salute (Cass. 21 dicembre 1998 n. 12763).
Quanto al caso qui in esame, l'obbligo di comunicare, gravante sulla Cassa previdenziale, comprendeva anche l'obbligo di deliberare ed informare il Ministero in tempo utile in modo che questo, sempre in tempo utile, potesse determinare le tariffe di cui all'art. 6 l. n. 1338 del 1962. L'inadempimento di questo obbligo accessorio rese imputabile il difetto della prestazione principale, come esattamente afferma la sentenza qui impugnata.
Col secondo motivo la ricorrente principale deduce la violazione degli artt. 1223, 1227 cod. civ. e vizi di motivazione in ordine al nesso di causalità, erroneamente ritenuto dalla Corte d'appello, fra inerzia della Cassa e perdita del beneficio pensionistico da parte del lavoratore.
Ad avviso della ricorrente, fra questi due fatti si interpose la mancata richiesta del beneficio, che avrebbe dovuto essere presentata comunque dal lavoratore entro i sessanta giorni successivi alla comunicazione del maggior onere contributivo. Anche in difetto di questa comunicazione, secondo la ricorrente, il lavoratore avrebbe dovuto chiedere il beneficio, salvo a revocare la domanda qualora, conosciuto il detto maggior onere, questo si fosse rivelato eccessivo. In conclusione, il danno sarebbe stato cagionato dalla mancanza di tale richiesta, e non dalla mancata comunicazione da parte della Cassa.
Questa tesi non ha fondamento. L'art. 4 più volte cit. stabilisce che, una volta ricevuta la comunicazione dell'onere contributivo a suo carico, l'interessato debba versare la somma oppure chiedere la rateizzazione entro sessanta giorni, pena la perdita del beneficio (comma 2). Il versamento anche parziale dell'importo dovuto determina poi l'irrevocabilità della domanda (comma 3).
Tali norme attribuiscono dunque al lavoratore il diritto soggettivo potestativo di chiedere un beneficio, sottostando ad oneri e termini di decadenza, dopo aver valutato la convenienza del relativo peso economico ed è vana la pretesa della ricorrente di diminuire senza alcuna base normativa il contenuto di questo diritto, imponendo al lavoratore-contribuente di domandare senza prima valutare, e di revocare poi, caso mai, la domanda, e ciò soltanto allo scopo di esonerare la debitrice da un obbligo previsto dalla legge. Tanto meno la ricorrente può pretendere di sostituire le valutazioni proprie a quelle dell'assicurato, come ore tenta di fare nella memoria depositata in prossimità dell'udienza.
Di negozio bilaterale di natura pubblica, concluso da assicurato ed ente assicuratore, e di impossibilità di recesso parla anche Cass. 13 dicembre 1999n. 13987.
Col terzo motivo la ricorrente principale sostiene la violazione degli artt.1223, 1226 cod. civ. e vizi di motivazione per non avere la Corte di merito giustificato la determinazione quantitativa del danno da perdita del beneficio pensionistico derivato dalla mancata ricongiunzione dei periodi assicurativi e in particolare per non avere sottratto il maggiore esborso contributivo che essa avrebbe richiesto.
Analoga censura svolge il ricorrente incidentale, seppure con finalità opposta: egli lamenta il difetto di motivazione, dato dalla mancata considerazione della esiguità di detto maggiore esborso.
Nessuno dei due connessi motivi è fondato.
L'esercizio in concreto del potere discrezionale, attribuito al giudice di merito dall'art. 1226 cit., di liquidare il danno in via equitativa non è sindacabile in sede di legittimità quando la motivazione della decisione dia conto del processo valutativo seguito (Cass. 15 gennaio 2000 n. 409). Il giudice non è tenuto ad una dimostrazione minuziosa dei dati considerati, purché indichi i criteri della sua valutazione (Cass. 16 dicembre 1999 n. 14166). Nel caso di specie il collegio d'appello ha ridotto l'ammontare complessivo del beneficio economico perduto sia considerando l'astratta possibilità che il lavoratore lo rifiutasse dopo averne valutato negativamente la convenienza, ad es. in ragione dell'età, sia tenendo conto della somma necessaria alla contribuzione aggiuntiva. La decisione è perciò sufficientemente motivata, contrariamente a quanto lamentato dai ricorrenti.
Rigettati entrambi i ricorsi, la reciproca soccombenza giustifica la compensazione delle spese.

P Q M

La Corte, riuniti i ricorsi, li rigetta e compensa le spese.
Così deciso in Roma l'30- GIUGNO 2005

DEPOSITATA IN CANCELLERIA IL 1 AGO. 2005
 
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