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I limiti della rilevzanza penale nella responsabilitÓ sportiva

 

 

Approfondimento a cura di

 

 

avvocato in Firenze

 

 

dello stesso autore

La responsabilità colposa del datore di lavoro per infortuni sul lavoro questioni di diritto e un modello per proporre appello penale leggi

 

 

Sommario : 1. La rilevanza delle scriminanti tacite o non codificate. 2. Orientamenti giurisprudenziali in tema di responsabilità sportiva. 3. Apodittica affermazione di configurabilità del reato di rissa.


La problematica, peraltro assai controversa, circa la corretta individuazione dei limiti di rilevanza penale nella c.d. “responsabilità sportiva”, affonda, per vero, le proprie radici già in tempi molto remoti. Nel Corpus Iuris si legge : “…Si quis in colluctatione vel in pancrazio vel pugiles dum inter se exercentur alius alium occiderit, si quidam in publico certamine, cessat Aquilia, quia gloriae causa et virtutis non iniuriae gratia damnum datum…”. “…Cum quis in ludo et certamine vulnerans ex lege divini Platonis poena dignus non est…” ( Dig. IX, II, De Lege Aquilia, fr. 7, par. 4), ovvero : “…Se qualcuno nella lotta o nel pancrazio (un mix tra pugilato e lotta libera) o i pugili stessi mentre si esercitano tra loro si uccidono l’un l’altro, se un tale in una gara pubblica, viene a mancare l’applicazione della legge, poiché per la gloria e la virtù non viene recato danno a causa dell’offesa subita….”. “…quando qualcuno si ferisce in un gioco o in una gara non è degno di condanna secondo la legge del divino Platone…”.

1. La rilevanza delle scriminanti tacite o non codificate.

 

Una delle teorie più recenti riguardanti la c.d. responsabilità sportiva è quella che si distacca da riferimenti di diritto positivo e poggia sull’esistenza di una causa di giustificazione non codificata.

Il nostro ordinamento penale tipicizza agli articoli dal 50 al 54 del codice penale le cause di giustificazione. Riguardo la loro natura, esse sono espressione di principi generali dell’ordinamento che impediscono il sorgere dell’antigiuridicità di un fatto che in loro assenza sarebbe illecito; così esprimono la funzione di risolvere le antinomie tra due norme in cui l’una vieta un comportamento e l’altra lo consente o addirittura lo esige (il tutto ovviamente in precisi limiti valicati i quali si incorre nell’eccesso colposo o doloso).

            La dottrina si è sempre posto il problema se esse debbano considerarsi un numero chiuso o meno, vale a dire se fosse in qualche modo ammissibile la categoria delle “scriminanti tacite” o “non codificate”.

            La strada per rispondere positivamente a questo interrogativo non può che essere quella dell’integrazione analogica in bonam partem.

            Occorre allora cogliere la ratio delle singole scriminanti esistenti e, in presenza di una eadem ratio, applicarle a casi diversi da quelli previsti.

            La maggior parte della dottrina giunge alla soluzione che le cause di giustificazione non rientrino nei casi in cui l’interpretazione analogica è vietata dall’art. 14 delle preleggi. Si afferma, infatti, pacificamente che le scriminanti non sono norme penali in senso stretto perché non sono fattispecie che “ridondino ai danni del reo” (Antolisei); esse, poiché sono espressione di principi generali, non possono neanche considerarsi norme eccezionali ed anche sotto tale ottica nulla osta ad una loro interpretazione analogica.

            Tuttavia, anche ammettendo, come sostiene la maggioranza della dottrina, che esistano le scriminanti tacite, sembra problematico ritagliare per esse un ambito che contenga una valenza pratica, perché, a ben vedere, con quelle tipizzate si riescono a coprire (se ben interpretate) tutte le ipotesi per le quali esse sono invocate.

            Probabilmente la ragione di alcune apodittiche affermazioni sull’esistenza delle cause di giustificazione non codificate, sta in una scarsa attenzione su quale comportamento penalmente rilevante e non altrimenti giustificabile, richiederebbe il ricorso alla creazione di una scriminante.

            Ipotizzando di risolvere in senso affermativo la problematica sull’ammissibilità delle cause di giustificazione non codificate, occorrerebbe ora applicarle per sostenere il fondamento della non punibilità delle lesioni sportive.

            Ricordando che il criterio che informa le cause di giustificazione è la mancanza di danno sociale (che si verifica quando tra due interessi in conflitto uno solo dei due può essere soddisfatto ed a costo del sacrificio dell’altro), nel caso delle attività sportive, l’esercizio di una attività autorizzata dallo Stato perché rispondente ad un interesse della comunità sociale, importerebbe l’impunità dei fatti lesivi o pericolosi che eventualmente ne derivassero quando tutte le regole che disciplinano l’attività medesima fossero state osservate.

 

            Una volta appurato che l’attività sportiva è permessa ed incoraggiata dallo Stato (vedi legge istitutiva del CONI), ne conseguirà che essa costituisce una causa di giustificazione non codificata, desunta attraverso le regole della analogia, per cui diverrebbero leciti i fatti lesivi dell’integrità fisica commessi con l’osservanza delle regole del gioco.

            Covassi riassume i termini del problema evidenziando che l’attività sportiva come causa di esclusione del reato, poiché esclude l’antigiuridicità di un fatto tipico lesivo dell’integrità fisica, si traduce in una vera e propria esimente, la quale anche se non inquadrabile in una delle scriminanti espressamente previste dal legislatore (nel nostro come nella maggioranza degli ordinamenti giuridici), ha pieno diritto di cittadinanza, in quanto derivante da un corretto procedimento interpretativo, in cui, accanto all’interpretazione logica, sistematica e teologica, svolge un ruolo non trascurabile quella storica. Diritto romano e diritto comune hanno enunciato a riguardo principi che rappresentano, attraverso una penetrante interpretazione storica, “tessere” di notevole rilievo nell’ambito della composizione di quel “mosaico” che integra la costruzione giuridica che sottende alla soluzione del problema in questione (vedi cit. ut supra).

 

2. Orientamenti giurisprudenziali in tema di responsabilità sportiva.

 

            Anche la giurisprudenza, ammettendo l’esistenza delle scriminanti non codificate, alla cui costruzione giunge, per via di un ragionamento analogico in bonam partem, permette al giudice di superare alcuni dei limiti evidenziati all’operatività delle scriminanti codificate.

 

            Nel comportamento dello sportivo, anche se rispettoso delle regole del gioco, che cagioni un evento lesivo ad un avversario, viene a mancare quella antigiuridicità che legittima la pretesa punitiva dello Stato e l’infrazione di una sanzione.

            L’azione che cagiona l’evento, perciò non contrasta con gli interessi della comunità, ma anzi contribuisce a raggiungerli.

            Non sorprende, dunque, che adottando tale ragionamento si arrivi ad affermare che “la pratica sportiva costituisce essa stessa una causa di giustificazione non codificata sempre che l’evento dannoso cagionato dall’atleta sia determinato da una sua azione che sia stata comunque rispettosa delle regole del gioco o costituisca una loro violazione entro i limiti del solo ordinamento sportivo”.

            Una svolta rispetto alle concezioni del passato, in giurisprudenza la si è avuta con la sentenza n. 1951 del 2000, della V sez. penale della Corte di Cassazione.

            Fino a quel momento la giurisprudenza prevalente si era orientata sulla sussistenza della scriminante dell’esercizio dell’attività sportiva, richiamando per lo più quella comune del consenso dell’avente diritto, scriminando però solo le conseguenze lesive rientranti nell’ambito del c.d. “rischio consentito”, qualificato non tanto dal rispetto delle regole del gioco, quanto piuttosto dalla “normalità” del comportamento degli atleti (seppur falloso) rispetto alle specifiche caratteristiche dell’attività sportiva praticata. (Cass. Pen., sez.V, 30 apr. 1992).

 

            La sentenza sopra citata, diversamente, sembra considerare rilevante il rischio consentito tutt’al più basandosi su una indagine sugli aspetti psicologici dell’atleta (e sulle modalità di verificazione del fallo di gioco) e staccandosi dalla riconducibilità alla esimente del consenso dell’avente diritto, poiché costruisce la scriminante riguardante l’esercizio dell’attività sportiva dando rilevanza penale assoluta ed indiscriminata alle condotte fallose volontarie poste in essere durante la competizione sportiva.

            La Corte spiega che la dottrina ha costruito un po’ alla volta la categoria degli “illeciti sportivi” nella quale rientrano tutti quei comportamenti che, pur potendo talvolta costituire infrazione delle regole del gioco comportanti penalizzazioni per il giocatore e per la squadra, non sono penalmente perseguibili perché non superanti la soglia del rischio consentito nell’esercizio della specifica attività sportiva. Solo il superamento di tale soglia renderebbe i comportamenti lesivi perseguibili penalmente a titolo di dolo o di colpa.

Si riconosce, quindi, efficacia esimente agli stati psico-fisici dell’atleta e si delinea molto efficacemente il discrimen tra l’illecito sportivo e fatto penalmente rilevante, sancendo che “il giocatore che sia stato rispettoso delle regole del gioco, del dovere di diligenza nei confronti dell’avversario e della integrità fisica di costui, commette un illecito sportivo ma non è perseguibile penalmente, poiché in siffatta ipotesi non può dirsi superata la soglia del rischio consentito, in quanto è dato di comune esperienza che nel corso di una gara “l’ansia di risultato, la stanchezza fisica e la carica agonistica”, talvolta eccessiva, possono comportare delle violazioni non volontarie del regolamento di gara. Viceversa, quando il fatto lesivo si verifica perché il giocatore viola volontariamente le regole del gioco disattendendo i doveri di lealtà verso l’avversario che, invece, dovrebbero costituire la caratteristica essenziale di ogni sportivo, allora il fatto non potrà rientrare nella causa di giustificazione, ma sarà penalmente perseguibile”.

La labile linea tracciata tra responsabilità colposa e dolosa si accentra sull’indagine psicologica in ordine alle motivazioni che hanno spinto l’atleta a violare le regole del gioco, così da causare una lesione personale all’avversario: se la condotta è riconducibile esclusivamente o prevalentemente all’ansia di risultato, il reato sarà colposo; se al contrario, nonostante le apparenze, la condotta di gioco non è solo finalizzata al risultato sportivo, ma è rivolta ad altre deprecabili finalità avulse dal gioco, allora il reato sarà doloso.

Più precisamente, se il fatto si verifichi nel corso di un’azione di gioco al fine di impossessarsi della palla o di impedire che l’avversario ne assuma il controllo ed il mancato rispetto delle regole del gioco sia, in realtà, dovuto all’ansia di risultato, certamente il fatto avrà natura colposa.

Una responsabilità per dolo sarà, invece, ravvisabile o quando la gara sia solo l’occasione dell’azione volta a cagionare l’evento oppure quando il comportamento posto in essere dal giocatore autore del fatto lesivo non sia immediatamente rivolto all’azione di gioco.

In entrambi questi casi, la condotta dell’agente fuoriesce dagli schemi tipici del gioco e la violazione delle regole non è diretta in via immediata al compimento di un’azione di gioco, ma al perseguimento di altri fini del tutto estranei alla competizione o, se connessi alla stessa, non perseguibili perché illeciti.

 

3. Apodittica affermazione di configurabilità del reato di rissa.

 

Alla luce delle considerazioni appena svolte, in relazione anche alla tipologia di attività sportiva presa in esame, appare davvero apodittica la riconduzione di tali “condotte da gioco” alla astratta configurabilità del reato di rissa di cui all’art. 588 c.p., e ciò per un preciso ordine di considerazioni che certo non può prescindere da un’attenta valutazione degli “elementi necessari” alla perfezione del reato de quo.

Tipico reato contro “la vita e la incolumità individuale”, non occorre per la sua perfezione che sia leso l’ordine pubblico od anche l’incolumità pubblica (sul punto la dottrina e la giurisprudenza di legittimità sembra aver raggiunto un costante orientamento; v. Cass. Pen. 03/05/1979, Cusino ed altri; Cass. Pen. del 10/03/1982, Ruggero; Cass. Pen del 16/10/1987, Cracchiolo); In passato, la tesi secondo cui per la sussistenza del delitto in esame occorreva che fosse messo in pericolo, oltre al bene giuridico dell’incolumità delle persone, anche quello dell’ordine pubblico e della pubblica tranquillità fu vivacemente contrastata in dottrina (R. Pannain), la quale non mancò di osservare che essa deriva “da un’imprecisa e non felice frase dei lavori preparatori” (Rel. Prog. Def., parte II, 389.) e che “il delitto di rissa è esattamente collocato tra i delitti contro la vita e l’incolumità individuale, giacchè esso è contemplato non per il pericolo che ne derivi una sommossa, un disordine o simili, bensì unicamente per il pericolo che, durante la rissa, si trascenda ad atti lesivi dei beni “vita” o “incolumità individuale”, come, del resto testualmente confermano le aggravanti del cpv. art. 588. Il pericolo per l’ordine pubblico può aversi soltanto come eventuale senza alcun carattere di essenzialità.”(Pannain, I deletti contro la vita e l’incolumità individuale, Utet, 1965, 303).

Ciò, invero non è immune da censure, apparendo più congrua una collocazione del reato tra i delitti contro l’ordine pubblico, limitandone così la configurazione ai fatti più gravi, comportanti un turbamento anche per tale bene, e rimettendo invece, alla comune normativa sui delitti di omicidio, lesioni, percosse, la tutela contro gli episodi marginali (con tutte le conseguenze in punto di perseguibilità a querela di parte o d’ufficio a seconda delle ipotesi che in concreto si realizzano).

La “condotta tipica” del reato in esame, consiste nel partecipare materialmente alla rissa, ovvero nel compiere atti di violenza fisica diretti principalmente ad offendere altri soggetti, che contestualmente pongono in essere atti di violenza fisica reciproca. La rissa, consiste infatti nello scambio, reciproco e contestuale, di molteplici atti di violenza personale fisica tra almeno tre persone, armate o non armate, tutti diretti, principalmente, ad arrecare offesa agli altri corrissanti e, secondariamente o eventualmente, anche alla propria difesa contro la violenza di costoro.

Ma ciò che più rileva, ai fini di una corretta applicazione della fattispecie esaminata in luogo di altre autonome figure di reato, è proprio il particolare animus offendendi richiesto dalla norma incriminatrice. Trattasi di reato esclusivamente a natura dolosa, richiedendosi, per la sua perfezione, la rappresentazione della rissa incipiente o in atto e la coscienza e volontà di partecipare ad essa.

            Proprio tale ultimo elemento, a parere di chi scrive, tende ad escludere astrattamente la possibilità che “un’azione di gioco”, condotta secondo le modalità e dinamiche prescritte dal relativo regolamento, ancorchè propriamente violenta, possa essere interpretata e punita come una rissa (si ripete, reato necessariamente a condotta dolosa); tale ipotesi criminosa, può ritenersi sussistente solo ove vi sia la prova certa che le reali e concrete volontà dei partecipanti fossero rivolte ad altre ed ulteriori finalità avulse dal gioco, ovvero, totalmente estranee alla competizione sportiva; viceversa, non può ritenersi sussistente allorché le condotte “lesive” dei partecipanti perpetrate all’interno di un’azione di gioco, siano esclusivamente o prevalentemente riconducibili alla eccessiva “carica agonistica” causata “dall’ansia di risultato” della competizione sportiva, poiché, in tali ipotesi, la eventuale responsabilità potrà avere soltanto natura colposa.

 

 





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