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Il nuovo rito sui licenziamenti
La l. 28 giugno 2012 n. 92 ha innovato la disciplina dei licenziamenti illegittimi con una diversa modulazione degli effetti risarcitori. L'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori ante riforma, quale conseguenza del licenziamento illegittimo o inefficace — in presenza del prescritto requisito numerico — prevedeva la reintegra del lavoratore nel suo originario posto di lavoro ed il risarcimento del danno nella misura commisurata alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino alla effettiva reintegra, salvo in ogni caso il minimo di cinque mensilità.

 

Con la nuova normativa il legislatore ha inteso, da una parte, modulare diversamente gli effetti risarcitori conseguenti all'accertamento dell'invalidità del licenziamento, in particolare escludendo la reintegra in talune ipotesi ritenute di minor gravità e, dall'altra, intervenire sul piano della procedura di impugnazione al fine di garantire celerità e certezza nella definizione dell'esito del rapporto di lavoro.

Con i commi da 47 a 69 dell'art. 1 della citata l. n. 92 sono stati ridotti complessivamente i tempi per l'introduzione e la definzione della controversia avente ad oggetto l'illegittimità dei licenziamenti. Si è così ridotto il termine decadenziale da 270 giorni (fissato dalla l. n. 183 del 2010) a 180 giorni per la proposizione della domanda giudiziaria  e si è previsto un nuovo iter processuale che si articola in due distinte fasi: una prima contraddistinta dalla sommarietà dell'istruttoria e che si conclude con ordinanza, ed una ulteriore fase che viene attivata dalla parte soccombente a seguito di ricorso in opposizione alla suddetta ordinanza.


Ma le disposizioni di cui al nuovo rito non sono scevre da incertezze interpretative a cominciare dall'art. 1, comma 47, della l. n. 92/2012, che riconosce l'applicabilità del suddetto rito «alle controversie aventi ad oggetto l'impugnativa dei licenziamenti nelle ipotesi regolate dall'art. 18 della l. 20 maggio 1970 n. 300 e successive modificazioni».


Dubbi in particolare sono stati sollevati in ordine alla possibilità di applicare il nuovo rito ai licenziamenti collettivi illegittimi per mancanza di forma scritta, per violazione delle procedure richiamate dall'art. 4, comma 12, della l. n. 223/1991 per violazione dei criteri di scelta ex art. 5 della suddetta legge. Sempre nella chiave di una possibile applicazione estensiva del rito, permangono dubbi sulla possibilità di utilizzare il nuovo rito nella definizione delle controversie aventi ad oggetto i licenziamenti dei pubblici dipendenti, stante il tenore letterale dell'art. 51 del d.lgs. 30 marzo 2001 n. 165 che prevede: «la l. 20 maggio 1970 n. 300 e successive modificazioni ed integrazioni si applica alle pubbliche amministrazioni a prescindere dal numero dei dipendenti» .


L'opinione contraria si fonda essenzialmente sulla contraddizione tra la celerità del rito e la complessità delle questioni sottese ai licenziamenti collettivi e la specialità della materia del licenziamento dei pubblici dipendenti

 
Sempre sotto il profilo del campo di applicazione del nuovo rito, esso deve ritenersi applicabile alle domande aventi ad oggetto l'illegittimità del licenziamento ex art. 18 St. lav. allorché il rapporto tra le parti, pur qualificato diversamente (come lavoro autonomo, parasubordinato, lavoro in associazione in partecipazione, lavoro in cooperativa, lavoro in impresa familiare, ecc.) si configuri in concreto, per le modalità del suo svolgimento, come lavoro di natura subordinata, per avere ad oggetto il nuovo rito anche tutte le questioni che costituiscano un presupposto logico-giuridico per l'esame della domanda di illegittimità del licenziamento.


Con specifico riferimento al rapporto di lavoro a termine è stato però affermato che se la controversia sul licenziamento dipende dalla deduzione della nullità del termine apposto al contratto di lavoro, un eventuale ricorso introdotto con il rito sommario di cui al comma 47 dell'art. 1 della Legge n 92 dovrebbe essere dichiarato inammissibile stante il disposto dell'art. 1, comma 48 della l. n. 92/2012 che precluderebbe la possibilità di proporre domande diverse da quelle volte — previa la qualificazione come subordinato del rapporto lavorativo — a far valere la tutela assicurata dal disposto dell'art. 18 St. lav. nella sua vigente formulazione.


Dubbi interpretativi sono stati sollevati inoltre sulla possibilità di concentrare nell'ambito di un giudizio introdotto con il nuovo rito la domanda principale diretta ad ottenere la tutela di cui all'art. 18 dello Sattuto e la domanda subordinata diretta ad ottenere la tutela di cui all'art. 8 della Legge n 604 del 1966 in caso di difetto del requisito dimensionale.

La tesi favorevole all'applicabilità del nuovo rito alla domanda subordinata, oltre a fondarsi su comprensibili ragioni di economia processuale, parrebbe avvalorata dalla specifica facoltà di introdurre nell'ambito del giudizio introdotto con il nuovo rito anche domande diverse che: " siano fondate sugli identici fatti costitutivi" (art. 1, comma 48).
 

Va, al riguardo, ritenuta scrutinabile una domanda di risarcimento di danni diversi (ed ulteriori) da quelli di cui all'art. 18 dello Statuto, laddove fondata sull'identico fatto costitutivo del licenziamento (ad es. in caso di licenziamento discriminatorio).

Il nuovo rito si articola in una fase sommaria per essere l'istruttoria limitata ai soli atti «indispensabili» (art. 1, comma 49) cui può seguire l'opposizione avverso l'ordinanza di accoglimento o di rigetto del ricorso iniziale, con l'introduzione di una ulteriore fase configurante un giudizio speciale a cognizione piena perché caratterizzato da un'istruttoria che, seppure deformalizzata, si contraddistingue per il ricorso a tutti gli «atti di istruzione ammissibili e rilevanti richiesti dalle parti nonché disposti d'ufficio, ai sensi dell'art. 421 del codice di procedura civile» (art. 1, comma 57), e perché consente al giudice del lavoro — non più tenuto alla lettura del dispositivo in udienza — di depositare la sentenza dopo una opportuna pausa di riflessione.


La domanda che ha per oggetto l'impugnativa del licenziamento deve esser proposta davanti al giudice territorialmente competente ai sensi dell'art. 413 c.p.c. in funzione di giudice del lavoro. A seguito della presentazione del ricorso il giudice deve fissare entro quaranta giorni l'udienza, assegnando un termine per la notifica del ricorso e del decreto — anche a mezzo di posta elettronica certificata — non inferiore a venticinque giorni prima dell'udienza, nonché un temine non inferiore a cinque giorni prima della stessa udienza per la costituzione del resistente.

 

Stante l'introduzione di tale rito sommario, si è posta la questione, ancora irrisolta, se residuino margini per l'introduzione di un giudizio ex art. 700 c.p.c. per la reintegra nel posto del lavoro a fronte di una situazione di periculum particolarmente stringente. 

Il ricorso introduttivo deve avere i requisiti dell'art. 125 c.p.c. dovendo contenere l'indicazione dell'ufficio giudiziario, delle parti, dell'oggetto e delle ragioni della domanda o della istanza che si intende avanzare sicché non si richiede — diversamente da quanto prescrive l'art. 414 n. 5 c.p.c. — «l'indicazione dei mezzi di prova di cui il ricorrente intende avvalersi ed in particolare dei documenti che si offrono in comunicazione».

E' dunque il giudice — seppure nel rispetto del principio del contraddittorio — che viene individuato quale titolare del potere d'ufficio di ammettere le prove, ex art. 421 c.p.c. se del caso su sollecitazione delle parti.

Tutto ciò induce a ritenere, in ragione della celerità cui deve essere improntato l'intero giudizio e, quindi, l'espletamento delle prove, che non è consentita la proposizione della riconvenzionale; che ugualmente non sembrano compatibili con questa fase sommaria del giudizio la chiamata in causa del terzo (art. 106 c.p.c.), la chiamata per ordine del giudice (art. 107 c.p.c.) e tanto meno l'intervento volontario (art. 105 c.p.c.).


Inoltre non è prescritta una preventiva articolazione delle prove, che potranno essere chieste in udienza anche oralmente; non sono configurabili le preclusioni e le decadenze previste nel processo del lavoro ; non può assegnarsi al principio di non contestazione lo stesso rilievo riconosciuto nel rito ordinario del lavor.

Il criterio della indispensabilità che deve presiedere alla selezione del materiale probatorio da assumere nel processo  va inteso nel senso di dare ingresso a quelle prove che abbiano la specifica capacità di accertare in modo celere la illegittimità del licenziamento al fine di pervenire con urgenza ad una ordinanza immediatamente esecutiva avente effetti anticipatori.


La decisione della fase in esame viene presa con ordinanza che è «immediatamente esecutiva» e che non è suscettibile di sospensione o revoca «fino alla pronunzia della sentenza con cui il giudice definisce il giudizio ai sensi dei commi da 51 a 57».


Deve peraltro ritenersi che al lavoratore venga preclusa la possibilità di impugnare nel futuro il licenziamento nel caso di mancata opposizione all'ordinanza che, all'esito della fase sommaria del giudizio, rigetti la sua domanda volta a far valere l'illegittimità del licenziamento, e che analoga efficacia preclusiva consegue all'inerzia del datore di lavoro che non potrà più far valere in altro giudizio le sue ragioni se non ha spiegato opposizione al provvedimento di accoglimento della domanda di controparte .


A seguito della proposizione dell'opposizione avverso l'ordinanza di cui all'art. 1, comma 49 della l. n. 92/2012 si instaura, con ricorso che deve contenere i requisiti di cui all'art. 414 c.p.c. , un giudizio ordinario a cognizione piena che termina con una sentenza.


In questa seconda fase del giudizio, infatti, oltre a prendersi in esame tutte le decadenze e preclusioni dell'ordinario rito del lavoro, può essere proposta domanda riconvenzionale (art. 1, comma 56, l. n. 92) e sono anche consentite l'integrazione del contraddittorio nei confronti dei litisconsorti necessari (art. 102 c.p.c.), la chiamata nel processo di un terzo al quale una parte ritiene comune la causa o dal quale pretende di essere garantita (art. 106 c.p.c.) e la chiamata ad opera del giudice allorquando questi reputi opportuno che il processo si svolga in confronto di un terzo al quale ritiene la causa comune (art. 107 c.p.c.) (art. 1, comma 54, l. n. 92).

Le domande riconvenzionali, escluse dalla fase sommaria e divenute ammissibili nel successivo giudizio, devono risultare fondate «su fatti costitutivi identici a quelli posti a base della domanda principale a pena di separazione» (art. 1, comma 56, l. n. 92).

All'esito di un giudizio, caratterizzato da una istruttoria deformalizzata e da incisivi poteri d'ufficio ex art. 421 c.p.c., la decisione viene presa — dopo eventuali note difensive se ritenute opportune — con sentenza che deve essere depositata entro dieci giorni dall'udienza di discussione e senza lettura del dispositivo (art. 1, comma 57), contro la quale è poi ammesso reclamo davanti alla Corte d'appello da proporre con ricorso da depositare, a pena di decadenza, entro trenta giorni dalla comunicazione o dalla notificazione se anteriore (art. 1, comma 58).


L'efficacia esecutiva della sentenza reclamata può essere sospesa dalla Corte d'appello se ricorrono giusti motivi (art. 1, comma 60) .


La sentenza d'appello — che interviene all'esito di un giudizio in cui sono ammessi mezzi di prova solo se indispensabili ai fini della decisione o se non sono stati proposti in primo grado (art. 1, comma 59) ed in cui non sono ammesse né domande né eccezioni nuove — può a sua volta essere impugnata, a pena di decadenza, con ricorso per cassazione entro 60 giorni dalla comunicazione o, se anteriore, dalla notificazione (art. 1, comma 62) oppure, in mancanza di entrambi i casi, nel termine di sei mesi dal deposito della sentenza previsto dall'art. 327 c.c. (art. 1, comma 64).


Una delle questioni più dibattute attiene alla compatibilità del giudice che ha definito la fase sommaria a decidere anche la fase a cognizione piena introdotta con l'opposizione all'ordinanza di cui all'art 1, comma 49, l. n. 92/2012.

Invero la mancanza di una espressa previsione di incompatibilità induce a ritenere che il giudcie che abbia conosciuto della fase sommaria possa anche conoscere l'opposizione ad essa sul rilievo che un giudizio estremamente sommario come quello caratterizzante l'inizio del procedimento non può interferire in alcun modo con la cognizione piena della fase successiva (in cui si possono introdurre domande nuove, come riconvenzionali e domande di garanzie, ed in cui si verificano, diversamente dalla fase precedente, preclusioni e decadenze), al cui esito soltanto matura la decisione del merito s


 
 
Legge n. 92, art. 1 commi da 47 a 69
 
47. Le disposizioni dei commi da 48 a 68 si applicano alle controversie aventi ad oggetto l'impugnativa dei licenziamenti nelle ipotesi regolate dall'articolo 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, e successive modificazioni, anche quando devono essere risolte questioni relative alla qualificazione del rapporto di lavoro.
48. La domanda avente ad oggetto l'impugnativa del licenziamento di cui al comma 47 si propone con ricorso al tribunale in funzione di giudice del lavoro. Il ricorso deve avere i requisiti di cui all'articolo 125 del codice di procedura civile. Con il ricorso non possono essere proposte domande diverse da quelle di cui al comma 47 del presente articolo, salvo che siano fondate sugli identici fatti costitutivi. A seguito della presentazione del ricorso il giudice fissa con decreto l'udienza di comparizione delle parti. L'udienza deve essere fissata non oltre quaranta giorni dal deposito del ricorso. Il giudice assegna un termine per la notifica del ricorso e del decreto non inferiore a venticinque giorni prima dell'udienza, nonche' un termine, non inferiore a cinque giorni prima della stessa udienza, per la costituzione del resistente. La notificazione e' a cura del ricorrente, anche a mezzo di posta elettronica certificata.
Qualora dalle parti siano prodotti documenti, essi devono essere depositati presso la cancelleria in duplice copia.
49. Il giudice, sentite le parti e omessa ogni formalita' non essenziale al contraddittorio, procede nel modo che ritiene piu' opportuno agli atti di istruzione indispensabili richiesti dalle parti o disposti d'ufficio, ai sensi dell'articolo 421 del codice di procedura civile, e provvede, con ordinanza immediatamente esecutiva, all'accoglimento o al rigetto della domanda.
50. L'efficacia esecutiva del provvedimento di cui al comma 49 non puo' essere sospesa o revocata fino alla pronuncia della sentenza con cui il giudice definisce il giudizio instaurato ai sensi dei commi da 51 a 57.
51. Contro l'ordinanza di accoglimento o di rigetto di cui al comma 49 puo' essere proposta opposizione con ricorso contenente i requisiti di cui all'articolo 414 del codice di procedura civile, da depositare innanzi al tribunale che ha emesso il provvedimento opposto, a pena di decadenza, entro trenta giorni dalla notificazione dello stesso, o dalla comunicazione se anteriore. Con il ricorso non possono essere proposte domande diverse da quelle di cui al comma 47 del presente articolo, salvo che siano fondate sugli identici fatti costitutivi o siano svolte nei confronti di soggetti rispetto ai quali la causa e' comune o dai quali si intende essere garantiti. Il giudice fissa con decreto l'udienza di discussione non oltre i successivi sessanta giorni, assegnando all'opposto termine per costituirsi fino a dieci giorni prima dell'udienza.
52. Il ricorso, unitamente al decreto di fissazione dell'udienza, deve essere notificato, anche a mezzo di posta elettronica certificata, dall'opponente all'opposto almeno trenta giorni prima della data fissata per la sua costituzione.
53. L'opposto deve costituirsi mediante deposito in cancelleria di memoria difensiva a norma e con le decadenze di cui all'articolo 416 del codice di procedura civile. Se l'opposto intende chiamare un terzo in causa deve, a pena di decadenza, farne dichiarazione nella memoria difensiva.
54. Nel caso di chiamata in causa a norma degli articoli 102, secondo comma, 106 e 107 del codice di procedura civile, il giudice fissa una nuova udienza entro i successivi sessanta giorni, e dispone che siano notificati al terzo, ad opera delle parti, il provvedimento nonche' il ricorso introduttivo e l'atto di costituzione dell'opposto, osservati i termini di cui al comma 52.
55. Il terzo chiamato deve costituirsi non meno di dieci giorni prima dell'udienza fissata, depositando la propria memoria a norma del comma 53.
56. Quando la causa relativa alla domanda riconvenzionale non e' fondata su fatti costitutivi identici a quelli posti a base della domanda principale il giudice ne dispone la separazione.
57. All'udienza, il giudice, sentite le parti, omessa ogni formalita' non essenziale al contraddittorio, procede nel modo che ritiene piu' opportuno agli atti di istruzione ammissibili e rilevanti richiesti dalle parti nonche' disposti d'ufficio, ai sensi dall'articolo 421 del codice di procedura civile, e provvede con sentenza all'accoglimento o al rigetto della domanda, dando, ove opportuno, termine alle parti per il deposito di note difensive fino a dieci giorni prima dell'udienza di discussione. La sentenza, completa di motivazione, deve essere depositata in cancelleria entro dieci giorni dall'udienza di discussione. La sentenza e' provvisoriamente esecutiva e costituisce titolo per l'iscrizione di ipoteca giudiziale.
58. Contro la sentenza che decide sul ricorso e' ammesso reclamo davanti alla corte d'appello. Il reclamo si propone con ricorso da depositare, a pena di decadenza, entro trenta giorni dalla comunicazione, o dalla notificazione se anteriore.
59. Non sono ammessi nuovi mezzi di prova o documenti, salvo che il collegio, anche d'ufficio, li ritenga indispensabili ai fini della decisione ovvero la parte dimostri di non aver potuto proporli in primo grado per causa ad essa non imputabile.
60. La corte d'appello fissa con decreto l'udienza di discussione nei successivi sessanta giorni e si applicano i termini previsti dai commi 51, 52 e 53. Alla prima udienza, la corte puo' sospendere l'efficacia della sentenza reclamata se ricorrono gravi motivi. La corte d'appello, sentite le parti, omessa ogni formalita' non essenziale al contraddittorio, procede nel modo che ritiene piu' opportuno agli atti di istruzione ammessi e provvede con sentenza all'accoglimento o al rigetto della domanda, dando, ove opportuno, termine alle parti per il deposito di note difensive fino a dieci giorni prima dell'udienza di discussione. La sentenza, completa di motivazione, deve essere depositata in cancelleria entro dieci giorni dall'udienza di discussione.
61. In mancanza di comunicazione o notificazione della sentenza si applica l'articolo 327 del codice di procedura civile.
62. Il ricorso per cassazione contro la sentenza deve essere proposto, a pena di decadenza, entro sessanta giorni dalla comunicazione della stessa, o dalla notificazione se anteriore. La sospensione dell'efficacia della sentenza deve essere chiesta alla corte d'appello, che provvede a norma del comma 60.
63. La Corte fissa l'udienza di discussione non oltre sei mesi dalla proposizione del ricorso.
64. In mancanza di comunicazione o notificazione della sentenza si applica l'articolo 327 del codice di procedura civile.
65. Alla trattazione delle controversie regolate dai commi da 47 a 64 devono essere riservati particolari giorni nel calendario delle udienze.
66. I capi degli uffici giudiziari vigilano sull'osservanza della disposizione di cui al comma 65.
67. I commi da 47 a 66 si applicano alle controversie instaurate successivamente alla data di entrata in vigore della presente legge.
68. I capi degli uffici giudiziari vigilano sull'osservanza della disposizione di cui al comma 67.
69. Dall'attuazione delle disposizioni di cui ai commi da 47 a 68 non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, ovvero minori entrate.
 
 




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