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Le illegittime delibere previdenziali e la responsabilitÓ degli amministratori delle Casse
A seguito dell'ennesimo intervento della Suprema Corte di Cassazione che ha dichiarato l'illegittimità delle delibere regolamentari con le quali è stato innovato il sistema di previdenza della Cassa Ragionieri, il problema della grave responsabilità degli amministratori attori delle riforme diventa attuale
 
L'avv. Rita Fera  ripercorre gli snodi fondamentali della vicenda processuale che ha interessato le delibere regolamentari con le quali la Cassa di Previdenza e Assistenza dei Ragionieri e quella dei Dottori Commercialisti hanno modificato i criteri di calcolo delle pensioni (delibere emanate tra il 2002 e il 2004) 
 
 
Dieci anni fa, nel 2004, la Suprema Corte di Cassazione (sent. 22240/04), con chiarezza, ha espresso il principio, poi confermato da tutte le sentenze successive (con l'isolatissima eccezione della sentenza n 14701/2007) che, allorchè le Casse autonomamente modificano per via regolamentare il proprio sistema pensionistico, debbono rispettare il principio del pro rata. Non possono, cioè, modificare il sistema di calcolo della pensione con riferimento alle anzianità contributive già maturate che, quindi, danno luogo ad una quota pensionistica da calcolare con le regole precedenti alle modifiche deliberate.
 
Si trattava, peraltro, di una pronuncia basata sul chiaro dettato normativo di cui all'art. 3 comma 12 della legge n. 335 del 1995 che dava la possibilità alle Casse di modificare i criteri di calcolo della pensione nel rispetto del pro rata con riferimento alle anzianità di contribuzione già maturate.
 
Non vi erano dunque dubbi sulla natura cogente e voncolante del principio del pro rata.
 
Cionondimeno, gli amministratori della Cassa Ragionieri e della Cassa Commercialisti hanno deliberato, tra il 2002 e il 2004, riforme dei propri sistemi previdenziali che hanno chiaramente ignorato il vincolo del pro rata imponendo nuove regole di calcolo applicabili anche alle anzianità contributive già maturate.
 
Nel 2005, intanto, la Cassazione ribadiva (tra l'altro con sentenza n. 7010/2005) la vincolatività del principio del pro rata e, nel merito, le Casse subivano le prime pronunce di condanna alla riliquidazione delle pensioni con disapplicazione delle norme regolamentari che incidevano sulle quote pensionistiche riferibili alle anzianità contributive maturate prima dell'entrata in vigore delle riforme.
 
Gli amministratori delle Casse hanno ritenuto di non cogliere le segnalazioni che pervenivano dalla giurisprudenza di legittimità e di merito, optando per una strategia di resistenza in giudizio ad oltranza da una parte e per un'attività lobbistica dall'altra al fine di ottenere una validazione, per via legislativa, del loro operato.
 
La strategia di resistenza ha portato ad alcune pronunce favorevoli di merito mentre quella lobbistica ha condotto ad un primo intervento legislativo, in forma di emendamento alla Legge Finanziaria del 2007.
 
Con l'art. 1 comma 763 della legge n 296 del 2006, venivano modificati i criteri di esercizio dell'autonomia regolamentare e veniva stabiito che il criterio del pro rata dovesse essere bilanciato con i criteri di equità tra generazioni e con il principio della gradualità. Veniva anche stabilito che detto principio non dovesse più essere rispettato ma che dello stesso gli enti dovessero solo tenere conto. Si trattava di modifiche, però, incidenti solo sulla futura attività regolamentare e, quindi, rimaneva irrisolto il nodo delle delibere regolamentari con cui era già stato innovato il sistema pensionistivo senza il rispetto del principio del pro rata; rimaneva il nodo del contenzioso già pendente e di quello futuro avente ad oggetto i pensionamenti regolati dalle precedenti delibere regolamentari.
 
E', probabilmente, al fine di risolvere tale nodo che il Legislatore (su sollecitazione di chi è agevolmente presumibile...) ha introdotto un inciso finale nell'art. 1 comma 763 a mente del quale venivano fatte salve le delibere e gli atti degli enti previdenziali privatizzati adottati prima dell'entrata in vigore della legge.
 
La norma di salvezza, nelle interpretazioni caldeggiatte dagli enti previdenziali privatizzati all'indomani dell'intervento legislativo, doveva essere una sanatoria, ma tale istanza interpretativa si è scontrata con la più avveduta giurisprudenza di merito, e con quella, granitica, della Suprema Corte di Cassazione a più riprese (ex multis, Cass. n. 25029/09).
 
Intanto un bel mucchio di vicende processuali riguardanti le delibere regolamentari approvate dalla Cassa Ragionieri tra il 2002 e il 2003, finivano al vaglio della Cassazione che ribadiva quanto già espresso nel 2004.
 
Il principio del pro rata è un vincolo imposto dal legislatore alle Casse previdenziali privatizzate. Le delibere regolamentari non possono incidere sulla quota riferibile alle anzianità contributive già maturate. Se lo fanno devono essere disapplicate. Le pensioni dei professionisti vanno riliquidate e i ricorsi da loro promossi devono essere accolti. La norma di salvezza introdotta dal Legislatore nel 2007 sta a significare che le vecchie delibere non sono automaticamente caducate per effetto del nuovo art. 3 comma 12 della l. n. 335 del 1995 che ha previsto una nuova procedura per l'approvazione dei regolamenti in materia previdenziale ma non significa che le precedenti delibere illegittime diventano legittime (cfr Cass 8847 e ss del 18 aprile del 2011).
 
Il quadro normativo sembra ormai chiaro ed indiscutibile. Gli amministratori dovrebbero prenderne atto e doverosamente rimettere mano ai propri regolamenti, modificandone la parte dichiarata illegittima e riassestando gli squilibri di lungo termine che ne sarebbero conseguiti con interventi, legittimi, che incidessero sul sistema previdenziale in armonia con il nuovo art. 3 comma 12 della l. n. 335/95.
 
Ma gli amministratori delle Casse optano per l'ulteriore resistenza in giudizio affidando, tra l'altro, le proprie difese giudiziali a insigni studiosi della previdenza (con le immaginabili conseguenze in termini di costi della difesa).
 
E proseguono, si immagina, la propria attività lobbistica.
 
E qualche frutto viene provvisoriamente colto.
 
Passa, in qualche Tribunale e in qualche Corte d'Appello, la tesi per la quale la norma di salvezza dell'ultimo periodo dell'art. 1 comma 763 della l. n. 296 del 2007 non è una sanatoria generalizzata ma significa che, per i pensionamenti attuati dopo il 2007, il parametro per valutare la legittimità delle delibere precedenti è il nuovo art. 3 comma 12 della l. n. 335 del 1995 che ha attenuato il vincolo del pro rata bilanciandolo con quello dell'equità tra generazioni e con quello della gradualità.
 
Ciò consente alle Casse di ottenere qualche sentenza favorevole per i pensionamenti successivi al 2007.
 
In Cassazione (pur senza mai ottenere una sentenza favorevole) tale tesi interpretativa trova un'eco nella sentenza n 13607/2012 in forma di obiter.
 
E, quindi, la strategia della resistenza a oltranza (anche per i pensionamenti precedenti al 2007) prosegue, rinfocolata dalle aperture conseguite.
 
Ad agosto del 2013, però, la Cassazione fa di nuovo il punto sulla situazione e chiarisce che le delibere regolamentari adottate prima del 2007, a prescindere dall'epoca del pensionamento, restano illegittime se contrastanti con l'art. 3 comma 12 della l. n. 335 del 1995 nella versione precedente alle modifiche introdotte con l'art. 1 comma 763 della l. n. 296 del 2006. In realtà si tratta, a ben vedere, di una conclusione del tutto ovvia che si basa sul principio tempus regit actum. Non essendo in discussione il pensionamento come atto in sè considerato ma il pensionamento come atto attuativo di una delibera regolamentare, non è all'epoca del pensionamento che bisogna avere riguardo al fine di stabilire la normativa applicabile ma, ovviamente, all'epoca dell'emanazione del regolamento a monte.
 
Ancora una volta, dopo 9 anni dalla prima pronuncia che aveva chiarito la vincolatività del principio del pro rata, gli amministratori delle Casse si trovano di fronte al dovere di conformare le proprie delibere regolamentari alla legge nell'interpretazione che della legge dà la Suprema Corte di Cassazione; ciò anche al fine di porre mano con sollecitudine al proprio ordinamento previdenziale per arginare lo squilibrio determinato dal passare del tempo e dalla necessità di riliquidare tutte le pensioni maturate dal 2004 in poi. 
 
Ancora una volta, però, gli amministratori optano per l'ulteriore resistenza in giudizio (con i conseguenti costi di difesa) ed ancora una volta, è da presumere, per un'attività lobbistica.
 
E questa volta è la seconda attività a dare i suoi frutti.
 
Con un nuovo emendamento alla legge di stabilità, questa volta il comma 488 dell'art. 1 della l. n. 147/2013, si prevede che quella clausola di salvezza introdotta con l'art. 1 comma 763 della l. n. 296/2007 (che i giudici di legittimità avevano escluso potesse essere interpretata come una sanatoria) va, invece, interpretata come una sanatoria a condizione che i regolamenti siano diretti alla sostenibilità di lungo periodo.
 
E qui la Cassazione si pone doverosamente il problema di come decidere le cause  posto che il Legislatore, con il nuovo intervento, sembra  sconfessare l'interpretazione che essa ha dato all'art. 1 comma 763 della l. n. 296/2006 imponendo un'interpretazione di tale articolo nel senso che tutte le delibere adottate dagli enti previdenziali privatizzati prima dell'1 gennaio del 2007 si considerano legittime ed efficaci se dirette a garantire la sostenibilità di lungo periodo.
 
Ciò avrebbe determinato il ribaltamento dell'esito del contenzioso ancora pendente. Se le delibere sono legittime ed efficaci, infatti, i pensionamenti non devono essere riliquidati.
 
Il problema degli amministratori (anche sotto il profilo della responsabilità di gestione) è risolto.
 
Il problema di questa soluzione è, però, che si tratta di una modalità di intervento del Legislatore nell'amministrazione della giustizia che è preclusa dalla Costituzione e dalla Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo (cfr. art. 117 cost e 6 CEDU).

Così, ad agosto del 2014, la Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n. 17892 del 2014 ha 

a) escluso la sanatoria delle delibere regolamentari già adottate dalle Casse per effetto dell'inciso finale dell'art. 1 comma 763 della l. n. 296/2006;
 
b) precisato che i nuovi criteri di esercizio dell'autonomia regolamentare stabiliti dall'art. 3 comma 12 della l. n. 335 del 1995 così come modificato dall'art. 1 comma 763 della l. n. 296 del 2006 possono trovare applicazione solo con riferimento ai regolamenti successivi al 1° gennaio del 2007;
 
c) escluso l'applicabilità della norma di cui all'art. 1 comma 488 della l. n. 147/13 in via retroattiva trattandosi di norma che ha innovato il senso dell'inciso finale di cui all'art. 1 comma 763 della l. n. 296 del 2006 e che non si è limitata ad interpretarlo ed imponendosi un'interpretazione costituzionalmente conforme della norma con esclusione di effetti retroattivi non giustificati da imperativi motivi di interesse generale.

Siamo così a dieci anni passati nel tentativo di rendere legittimi regolamenti che, sin dal momento della loro emanazione, presentavano gravi sospetti di illegittimità per il contrasto con l'art. 3 comma 12 della l. n. 335 del 1995 e che, dopo la sentenza n 22240/2004, dovevano essere considerati illegittimi essendo stata la S.C. chiarissima sul punto.

Gli amministratori sono stati inerti ed il buco determinato dalla loro inerzia è diventato sempre più fondo.

Almeno dal 2007, la normativa primaria gli avrebbe consentito di porre mano nuovamente al proprio impianto normativo di fonte regolamentare con minori vincoli e, tuttavia, sono rimasti inerti coltivando la strategia della resistenza in giudizio e continuando a chiedere interventi di salvataggio al Governo di turno.

Ora, su alcuni quotidiani si legge che i giovani professionisti dovrebbero fare causa alla Cassazione.

Ovviamente, si tratta di un modo per distogliere l'attenzione sulle gravissime responsabilità degli amministratori delle Casse (e su quelle di tutti i soggetti cui è demandato il controllo sul loro operato); amministratori che sono tenuti a gestire le risorse degli enti di previdenza loro affidati e che hanno competenze in materia di disciplina del sistema di previdenza al fine di garantire l'equilibrio di gestione, in primo luogo, nel rispetto della legge.

La sentenza n 17892 del 2014 non ha fatto altro che trarre dalla legge (che essa è chiamata ad applicare) le doverose conseguenze interpretative e lo squilibrio in cui oggi si trovano le Casse di Previdenza non è in alcun modo addebitabile alla Suprema Corte ma ad una strategia suicida che gli amministratori delle Casse hanno scelto di seguire dieci anni fa e che hanno perseguito a dispetto di tutto e tutti.

Se, dopo questi dieci anni, esse saranno tenute a riliquidare tutte le pensioni, vien da chiedere chi pagherà tutti i costi di difesa sostenuti e, soprattutto, chi pagherà per il grave e forse irreparabile squilibrio determinato da dieci anni di colpevole inerzia.





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