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assegno divorzile e condizioni economiche
 
 
 
La Suprema Corte con recente sentenza ha esaminato i presupposti per il riconoscimento e la determinazione dell'assegno divorzile: le condizioni economiche vanno apprezzate in concreto

Con la recente sentenza n 7145 del 24 marzo 2010, la Suprema Corte di Cassazione, sul ricorso per cassazione promosso dalla ex coniuge beneficiaria di assegno divorzile in ordine alla considerevole decurtazione del suo ammontare disposta dalla Corte d'Appello, ha avuto modo di soffermarsi sulla struttura bifasica della decisione in ordine all'attribuzione dell'assegno divorzile in sede di cessazione degli effetti del matrimonio.
In tale senso, la Corte ha chiarito come, ai fini della decisione in ordine alla spettanza dell'assegno divorzile, sia necessaria una valutazione preliminare sull'insussistenza di redditi adeguati al mantenimento del preesistente tenore di vita da parte di uno dei due coniugi e sull'impossibilità (concretamente apprezzata) di conseguirli con occupazioni confacenti alle proprie attitudini lavorative e professionali.
Ritenuta la spettanza dell'assegno divorzile, poi, ai fini della sua determinazione soccorrono i criteri di cui all'art. 5, comma 6 della L. n. 898 del 1970 e la Corte ha evidenziato come, in particolare, per l'apprezzamento delle condizioni economiche dei coniugi sia necessario fare riferimento non già a valutazioni astratte e probabilistiche ma alle concrete risultanze delle evidenze documentali, con la precisazione che il mantenimento del tenore precedentemente goduto in costanza di matrimonio esclude la possibilità di riferirsi a criteri assoluti di valutazione della congruità dell'importo dell'assegno divorzile (nella specie, la Corte ha dunque censurato il raginamento della Corte d'Appello che nel ridurre l'importo dell'assegno a Euro 1.800,00 aveva ritenuto che tale importo fosse, in valore assoluto, d'importo tale da garantire una vita agiata).

Cassazione civile  sez. I 24 marzo 2010 n. 7145


La determinazione dell'assegno divorzile va effettuata verificando l'inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, raffrontata ad un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso o quale poteva legittimamente e ragionevolmente configurarsi sulla base di aspettative maturate nel corso del rapporto. L'accertamento del giudice del merito in ordine alle condizioni economiche dei coniugi ed al reddito di entrambi deve essere compiuto, non in astratto, bensì in concreto; pertanto, detto giudice non può basare la propria decisione su un mero apprezzamento probabilistico, non fondato su dati realmente esistenti con riferimento alla specifica fattispecie.

Ritenuto che l'assegno di divorzio è diretto, per la sua finalità assistenziale, a garantire all'ex coniuge economicamente più debole un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio non in via meramente "tendenziale", ma in rapporto alle reali condizioni economiche di entrambe le parti, valutate in via ponderata e bilaterale, in concreto e non in astratto ed, ancor meno, secondo previsioni meramente ipotetiche e probabilistiche, non può il giudice del merito né quantificare, né ridurre l'assegno con riferimento ad eventuali, e "de presenti" assai improbabili, futuri tracolli economici e finanziari dell'ex coniuge obbligato, in atto dotato, peraltro, di redditi elevati, né considerare, in linea di principio ed in via aprioristica, comunque sufficiente e conforme a legge un assegno pari allo stipendio od al salario di un lavoratore dipendente non individuato, è, allo stato, individuabile, prescindendo dalle condizioni economiche di entrambe le parti.


SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza n. 895 del 23.12.2003 - 7.05.2004, il Tribunale di Padova disponeva lo scioglimento del matrimonio contratto il (OMISSIS), da B.R., ricorrente, ed Z.E., alla quale attribuiva l'assegno di mantenimento di entità pari ad Euro 2.800,00 mensili, aggiornabili, corrispondente a quella dell'assegno convenuto dalle parti all'atto della loro separazione consensuale del (OMISSIS), omologata il (OMISSIS).
Con sentenza del 18.04-25.05.2005, la Corte di appello di Venezia, in parziale accoglimento del gravame principale del B., riduceva detto assegno (non già, come richiesto dall'appellante, ad Euro 1.032,91 mensili ma) ad Euro 1.800,00 mensili, respingendo l'appello incidentale della Z., volto all'aumento di esso ad Euro 2.900,00, e compensando le spese processuali dei due gradi di merito.
La Corte osservava e riteneva tra l'altro:
che la documentazione prodotta dalla Z. e l'emerso elevato tenore di vita fruito dal B. e dal suo nuovo nucleo affettivo, composto dalla compagna, che collaborava nella sua attività imprenditoriale, e da altri due figli minori oltre al primo, già nato all'epoca della separazione consensuale dalla moglie, smentivano la contrazione della pregressa potenzialità produttiva delle società del gruppo facente capo all'appellante, il quale anzi aveva notevolmente incrementato il suo patrimonio personale che sebbene il B. non si trovasse nell'impossibilità di contribuire al mantenimento della Z. nella misura già consensualmente prevista per il passato, tuttavia la finalità meramente assistenziale dell'assegno divorzile non imponeva all'onerato di garantire, se non tendenzialmente, il tenore di vita analogo a quello goduto dal beneficiario in costanza di matrimonio che appariva congruo e rispondente ai maggiori oneri di mantenimento della nuova famiglia ed alla situazione reddituale del B. (pur ottima ma esposta ai rischi ed alle oscillazioni del mercato correlati all'attività d'impresa), rideterminare l'assegno in questione nella minore somma di Euro 1.800,00 mensili, importo senz'altro idoneo a garantire alla Z. un'esistenza più che agiata, ove raffrontato con gli emolumenti di un qualsiasi lavoratore dipendente.
Avverso questa sentenza la Z. ha proposto ricorso per cassazione notificato il 10-07-2006, affidato a due motivi. Il B. ha resistito con controricorso notificato il 29.09.2006.

MOTIVI DELLA DECISIONE

A sostegno del ricorso la Z., premesso anche il richiamo delle contribuzioni convenute all'atto della separazione personale omologata, deduce:
1. "Violazione e falsa applicazione di norme di diritto" ossia della L. n. 898 del 1978, art. 5, n. 6 (pag. 8 del ricorso) eccezione di inammissibilità ex 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4.
2. "Omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia prospettato dalle parti".
Con entrambi i motivi, che essendo strettamente connessi consentono esame unitario e che si rivelano fondati, la ricorrente ritualmente censura, anche per vizi motivazionali, la riduzione dell'assegno divorzile, disposta dalla Corte distrettuale. In base alla L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 5 come modificato dalla L. 6 marzo 1987, n. 74, art. 10 l'accertamento del diritto all'assegno di divorzio si articola in due fasi, nella prima delle quali il giudice è chiamato a verificare l'esistenza del diritto in astratto, in relazione all'inadeguatezza dei mezzi o all'impossibilità di procurarseli per ragioni oggetti ve, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio, fissate al momento del divorzio, e quindi procedere ad una determinazione quantitativa delle somme sufficienti a superare l'inadeguatezza di detti mezzi, che costituiscono il tetto massimo della misura dell'assegno. Nella seconda fase, il giudice deve poi procedere alla determinazione in concreto dell'assegno in base alla valutazione ponderata e bilaterale dei criteri indicati nello stesso art. 5. Al fine della quantificazione dell'assegno di divorzio, il giudice del merito, pur potendosi avvalere di un raffronto con l'assegno pattuito o giudizialmente fissato nel pregresso regime di separazione, non può e non deve utilizzarlo come parametro vincolante, ma deve attribuirlo e liquidarlo in base ai criteri autonomamente fissati dalla L. 1 dicembre 1970 n. 898, art. 5 data la diversità delle relative discipline sostanziali, della natura, struttura e finalità dei due trattamenti, correlate e diversificate situazioni, con la conseguenza che l'assetto economico relativo alla separazione può rappresentare mero indice di riferimento nella misura in cui appaia idoneo a fornire utili elementi di valutazione.
In particolare, la determinazione dell'assegno divorzile va effettuata verificando l'inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, raffrontata ad un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso o quale poteva legittimamente e ragionevolmente configurarsi sulla base di aspettative maturate nel corso del rapporto. L'accertamento del giudice del merito in ordine alle condizioni economiche dei coniugi ed al reddito di entrambi deve essere compiuto, non in astratto, bensì in concreto; pertanto, detto giudice non può basare la propria decisione su un mero apprezzamento probabilistico, non fondato su dati realmente esistenti con riferimento alla specifica fattispecie.
Nella specie la concreta liquidazione dell'assegno e segnatamente la sensibile riduzione dell'importo stabilito in primo grado, risulta illegittimamente disposta dai giudici di merito senza la ponderata e bilaterale considerazione dei criteri di legge, nonchè e con riguardo alle condizioni economiche dell'onerato, pur ritenute ottime per il sopravvenuto notevole incremento del suo patrimonio, valorizzando, in prospettiva del tutto astratta ed anche inappagante sul piano della congruenza logica, l'evoluzione negativa della potenzialità produttiva del suo gruppo societario, nonchè ancora, in riferimento alle esigenze della beneficiaria, con erroneo riferimento limitativo ad un modello di vita proprio di un qualsiasi lavoratore dipendente, in luogo del pregresso tenore di vita coniugale che, invece, avrebbe dovuto costituire il tetto massimo della misura della contribuzione.
Conclusivamente il ricorso deve essere accolto e la sentenza impugnata cassata, con rinvio alla Corte di appello di Venezia, in diversa composizione, cui si demanda anche la pronuncia sulle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del giudizio di cassazione, alla Corte di appello di Venezia, in diversa composizione.
Così deciso in Roma, il 19 novembre 2009.
Depositato in Cancelleria il 24 marzo 2010
 






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