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assunzione in prova e forma scritta

La Surpema Corte riafferma l'essenzialità che l'assunzione con patto di prova risulti da atto scritto stipulato prima dell'inizio del rapporto di lavoro

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Con la sentenza n 21758 del 22 ottobre 2010, la Suprema Corte ha avuto modo di occuparsi dei requisiti formali imprescindibili di una valida assunzione in prova ribadendo che la legittimità del patto è condizionata alla sua sottoscrizione in momento anteriore all'inizio del rapporto. In tale prospettiva, ha ribadito la Corte, non costituisce una valida assunzione in prova quella in cui l'inizio del rapporto di lavoro preceda anche se di pochi giorni la sottoscrizione del patto. In tali ipotesi il patto è nullo e non convalidabile di talchè il rapporto di lavoro subordinato è da intendersi ab origine a tempo indeterminato e non recedibile ad nutum durante il periodo previsto di prova. La questione, nella specie, riguardava il licenziamento intimato ad un lavoratore assunto con patto di prova sottoscritto solo tre giorni dopo l'inizio effettivo del rapporto di lavoro.



Cassazione civile  sez. lav. 22 ottobre 2010 n. 21758


La forma scritta necessaria, a norma dell'art. 2096 c.c., per il patto di assunzione in prova è richiesta "ad substantiam", e tale essenziale requisito di forma, la cui mancanza comporta la nullità assoluta del patto di prova, deve sussistere sin dall'inizio del rapporto, senza alcuna possibilità di equipollenti o sanatorie, potendosi ammettere solo la non contestualità della sottoscrizione di entrambe le parti prima della esecuzione del contratto, ma non anche la successiva documentazione della clausola verbalmente pattuita mediante la sottoscrizione, originariamente mancante, di una delle parti, atteso che ciò si risolverebbe nella inammissibile convalida di un atto nullo, con sostanziale diminuzione della tutela del lavoratore. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto la nullità del patto di prova sottoscritto dal dipendente a distanza di alcuni giorni dall'assunzione).
 

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza del 17 luglio 2006 la Corte d'appello di Ancona riteneva l'illegittimità del licenziamento intimato - con lettera del 13 aprile 2001 - dalla società NEC s.r.l. a T.C., dipendente con qualifica di "direttore commerciale Italia ed estero" corrispondente al livello contrattuale di "quadro", così respingendo l'appello proposto dalla detta società avverso la decisione di primo grado del Tribunale di Macerata. In particolare, per quanto rileva nella presente sede, la Corte di merito rilevava che: a) il recesso era stato motivato con il mancato superamento del periodo di prova, ma - per quanto emerso dalle testimonianze assunte in giudizio - il patto di prova apposto al contratto doveva ritenersi nullo, in quanto contenuto nella lettera di assunzione restituita dal T. (con la propria sottoscrizione) il 4 dicembre 2000, cioè alcuni giorni dopo che il contratto di lavoro era stato già concluso fra le parti - il 1 dicembre 2000 - mediante la consegna al lavoratore della lettera di assunzione, così restando assorbita la questione di merito relativa all'effettivo espletamento della prova; b) ai fini della determinazione del risarcimento spettante al lavoratore licenziato, non poteva tenersi conto dell'aliunde perceptum derivante da altro rapporto di lavoro istaurato dopo il recesso, che la relativa allegazione datoriale era avvenuta solo in appello, mentre il nuovo rapporto lavorativo era intervenuto, come ammesso dalla stessa società appellante, in epoca anteriore alla decisione di primo grado.
2. Di questa sentenza la NEC s.r.l. domanda la cassazione con ricorso articolato in quattro motivi, illustrati con memoria ai sensi dell'art. 378 c.p.c.. Il T. resiste con controricorso.
Repliche della ricorrente ex art. 379 c.p.c., u.c..

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Con il primo motivo si denuncia insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in ordine alla valutazione della prova relativa al momento di perfezionamento del contratto e alla contestualità del patto di prova.
2. Il secondo motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 1326 c.c.. Si deduce, formulandosi al riguardo uno specifico quesito di diritto ai sensi dell'art. 366-bis c.p.c., che il contratto di lavoro si era perfezionato soltanto con l'accettazione della proposta, essendo irrilevanti altri elementi valorizzati dal giudice d'appello, quale la consegna degli strumenti di lavoro durante la fase della trattativa.
3. Il terzo motivo denuncia "omessa motivazione per assorbimento circa un fatto controverso e decisivo". Si lamenta che il giudice d'appello non abbia pronunciato sulle censure mosse dalla società in relazione alla statuizione del Tribunale circa l'irregolare svolgimento del periodo di prova.
4. Con il quarto motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 420 c.p.c. e vizio di motivazione. Si deduce, formulandosi al riguardo, ai sensi dell'art. 366-bis c.p.c., rispettivamente, quesito di diritto e sintesi conclusiva del fatto controverso, che il lavoratore aveva modificato la domanda, chiedendo la tutela indennitaria anzichè quella reale, soltanto in sede di discussione, sì che l'interesse della società datrice di lavoro ad allegare l'aliunde, perceptum era sorto solo a seguito di tale modifica e, perciò, la Corte di merito avrebbe dovuto tenere conto di tale situazione processuale ed ammettere la allegazione in grado d'appello.
5. Il primo motivo è inammissibile, alla stregua dell'art. 366-bis c.p.c., seconda parte, applicabile nella specie, ratione temporis, ai sensi del D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 27, comma 2, e della L. n. 69 del 2009, art. 58, comma 5, essendo impugnata una sentenza depositata il 17 luglio 2006. La censura, infatti, è del tutto priva di quel necessario momento di sintesi che, anche per quanto concerne il vizio di cui all'art. 360 c.p.c., n. 5, deve accompagnare l'illustrazione del motivo, sì da circoscriverne puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità, con riguardo alla indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, nonchè delle ragioni per cui la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione (cfr. Cass., sez. un., n. 16528 del 2008; id., n. 2652 del 2008, ed altre successive conformi). Nè a tale lacuna è dato sopperire mediante atti successivi, per cui restano irrilevanti le ulteriori deduzioni contenute nella memoria ex art. 378 c.p.c. e nelle note di replica alle conclusioni del P.G..
6. Il secondo motivo non è fondato.
Come questa Corte ha più volte precisato in fattispecie analoghe a quella in esame, la forma scritta necessaria, a norma dell'art. 2096 cod. civ., per il patto di assunzione in prova è richiesta ad substantiam, e tale essenziale requisito di forma, la cui mancanza comporta la nullità assoluta del patto di prova, deve sussistere sin dall'inizio del rapporto, senza alcuna possibilità di equipollenti o sanatorie, potendosi ammettere la non contestualità della sottoscrizione di entrambe le parti prima della esecuzione del contratto, ma non anche la successiva documentazione della clausola verbalmente pattuita mediante la sottoscrizione, originariamente mancante, di una delle parti, atteso che ciò si risolverebbe nella inammissibile convalida di un atto nullo, con sostanziale diminuzione della tutela del lavoratore (cfr. Cass. n. 11122 del 2002; n. 22308 del 2004). Nella specie, l'accertamento del giudice di merito è nel senso che l'assunzione è avvenuta il 1 dicembre 2000, mediante proposta dell'amministratore della società ed accettazione del T., mentre il patto di prova è stato sottoscritto dal lavoratore - dopo la sua assunzione - solo successivamente, a distanza di alcuni giorni, così confermandosi la nullità della pattuizione: al riguardo, d'altra parte, le censure della ricorrente si risolvono in una diversa valutazione del fatto e presuppongono, inammissibilmente, la circostanza - invece specificamente esclusa dalla Corte d'appello - che il patto di prova sia stato apposto allorchè fra le parti era intercorsa soltanto una trattativa, e non già la stipula del contratto di lavoro.
7. Il terzo motivo è inammissibile, poichè si riferisce alla questione della regolarità, o meno, delle modalità di svolgimento della prova: questione rimasta assorbita nella decisione impugnata, in relazione alla quale, perciò, non essendovi soccombenza, difetta l'interesse della ricorrente all'impugnazione.
8. Il quarto motivo è infondato.
Come la decisione impugnata ha puntualmente osservato, richiamando al riguardo la giurisprudenza di questa Corte, l'eccezione relativa all'aliunde perceptum, ancorchè rilevabile d'ufficio, presuppone comunque che il fatto risulti ritualmente acquisito al processo mediante la relativa allegazione (cfr. Cass., sez. un., 15065 del 2001). Nella specie, però, il giudice d'appello ha accertato, in base alle stesse deduzioni della società, che il nuovo rapporto lavorativo, che avrebbe dato luogo alla percezione di una retribuzione da parte del lavoratore licenziato, era stato instaurato in epoca anteriore alla conclusione del giudizio di primo grado; e, d'altra parte, per quanto risulta dalla stessa sentenza d'appello, la NEC aveva formulato, all'udienza di discussione dinanzi al Tribunale, una generica riserva in ordine all'eventuale aliunde perceptum senza specificare, nè dimostrare, il presupposto di fatto di tale allegazione. Ciò toglie rilievo alla avvenuta modifica della domanda attorea, così come prospettata in questa sede dalla ricorrente; nè la emendatici può rilevare sotto il profilo, ventilato dalla ricorrente, della limitazione del diritto di difesa della parte datoriale, poichè il petitum comprendeva sin dall'inizio la condanna della società a corrispondere a titolo risarcitorio, ai sensi della L. n. 300 del 1970, art. 18, le retribuzioni maturate a decorrere dal licenziamento, sì che, già in relazione a tale pretesa, si configurava senz'altro l'interesse della datrice di lavoro ad allegare l'aliunde perceptum.
9. In conclusione, il ricorso è respinto. La particolarità della fattispecie e la difficoltà delle questioni esaminate inducono il Collegio a compensare fra le parti le spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese del giudizio di cassazione.
Così deciso in Roma, il 30 settembre 2010.
Depositato in Cancelleria il 22 ottobre 2010




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