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falsa testimonianza e facoltÓ di non deporre
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L'art. 372 cp prevede e punisce la falsa testimonianza e, cioè, la condotta di chiunque, deponendo come teste dinanzi all'Autorità Giudiziaria, afferma il falso, nega il vero o tace in tutto o in parte ciò che sa in intorno ai fatti sui quali è chiamato a deporre. La pena edittale è la reclusione da due a sei anni.
 
Il bene giuridico che la norma presidia è quello della corretta acquisizione della prova in sede giudiziale e il soggetto passivo è la collettività e non già la persona fisica concreta pregiudicata dalla falsa testimonianza.
 
Si tratta di un reato di pericolo che, ai fini della sua integrazione, non richiede l'effettivo sviamento del processo ma solo il pericolo di un suo esito difforme da quello che una testimonianza veridica avrebbe assicurato.
 
L'oggetto della falsa testimonianza, per essere rilevante sotto il profilo penale, deve necessariamente riguardare l'oggetto del contendere processuale.
 
Con riferimento alla falsa testimonianza, le Sezioni Unite hanno di recente composto un conflitto creatosi tra le Sezioni Semplici in ordine alla sfera di applicazione della causa di non punibilità di cui all'art. 384 cp, 1° comma consistente nella necessità di salvare sè o un prossimo congiunto da un nocumento grave nella libertà o nell'onore.
 
In particolare, il nodo controverso era quello di stabilire se il teste che, avvertito della facoltà di non rispondere ex art. 199 cp, avesse cionondimeno optato di deporre, potesse invocare la causa di esclusione della punibilità di cui all'art. 384 cp, 1° comma.
 
Appare, al riguardo, utile rammentare che il dibattito fiorito in giurisprudenza inerisce lo stesso inquadramento della causa di non punibilità in esame in quanto la giurisprudenza che nega l'applicabilità, al caso di specie, della causa di non punibilità di cui all'art. 384 cp, 1° comma riconduce questa ultima nell'ambito dello stato di necessità di cui all'art. 54 cp che, come noto, non trova applicazione ove la situazione di pericolo sia stata volontariamente causata. La giurisprudenza che, al contrario, ne ravvisava l'applicabilità anche in caso di previo avviso della facoltà di astensione ex art. 199 cpp, riconduceva l'esimente nel novero delle cause di esclusione della colpevolezza per inesigibilità di un comportamento diverso.
 
Le Sezioni Unite, senza prendere esplicitamente posizione in ordine all'inquadramento dell'esimente, aderiscono tuttavia al primo dei richiamati orientamenti giurisprudenziali negando l'invocabilità dell'esimente nel caso in cui il teste sia stato avvertito della facoltà di non deporre e cionondimeno abbia scelto di rendere la testimonianza. Secondo le Sezioni Unite, infatti, tra la norma processuale e quella sostanziale esiste una stretta correlazione in quanto la norma processuale è posta a presidio del medesimo interesse. E, tuttavia, ove il teste, pur avvertito della facoltà di astenersi, abbia scelto di deporre, ciò significa che il medesimo, liberamente, ha deciso di superare le remore morali che rendevano facoltativo quello che altrimenti sarebbe stato l'obbligo di testimoniare nel processo. In altre parole, l'invvocabilità dell'esimente di cui all'art. 384 cp, 1° comma, da parte del teste che sia stato avvertito della facoltà di cui all'art. 199 cpp, creerebbe, ad avviso delle Sezioni Unite, una sorta di diritto alla falsa testimonianza che non può trovare asilo nell'ordinamento processuale.
 
In ultimo, la Suprema Corte ha chiarito che l'ambito applicativo del 1° e del 2° comma dell'art. 384 cp è diverso, nel senso che il 1° comma può trovare un suo spazio applicativo solo in quelle ipotesi in cui non si pone un problema di facoltà di astensione ex art. 199 cpp. In questa ultima ipotesi, infatti, o il teste è stato avvertito e se depone il falso non potrà invocare l'art. 384, 1° comma, o il teste non è stato avvertito ed allora potrà invocare l'art. 384 cp, 2° comma.
 




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