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Significativo è il contenzioso che si è sviluppato intorno al sistema previdenziale della Cassa Forense.
In questo articolo, senza pretesa di esaustività, si intende dare conto dei principali filoni di Giurisprudenza di legittimità e costituzionale formatisi in questa importante branca della previdenza libero professionale.
Partendo dai requisiti dell’iscrizione, particolarmente rilevante è la pronuncia della Suprema Corte a Sezioni Unite n. 13289/2005 che, dirimendo un precedente contrasto giurisprudenziale, ha definitivamente chiarito come, per quanto riguarda l’accertamento della continuità dell’esercizio professionale, il potere di neutralizzare anzianità di iscrizione per anni in cui non siano raggiunti i limiti di reddito e volume d’affari individuati dal Comitato dei Delegati, sussista, in capo alla Cassa Forense, soltanto per il quinquennio anteriore all’accertamento o al pensionamento.
La pronuncia ha tratto argomento dall’interpretazione dell’art. 2 della L. n. 319/75 e dal principio dell’affidamento che deve governare il rapporto assicurativo.
Sempre in tema di continuità dell’esercizio professionale giova rammentare la sentenza n. 3211/2002, sempre in materia di termini di decadenza per la verifica, la n. 4957/1998 che ha precisato come i criteri fissati dal Comitato dei Delegati della Cassa Forense rappresentino delle mere presunzioni semplici della continuità dell’esercizio professionale che ammettono comunque il professionista a fornire l’eventuale prova contraria e la n. 4263/1987 che, così come la n. 4957/1998, parte dalla considerazione delle deliberazioni del Comitato dei Delegati concernenti i criteri della continuità dell’esercizio professionale come fonti di diritto oggettivo, per giungere alla conclusione che la media triennale (prevista quale criterio di salvaguardia dell’anzianità assicurativa qualora una o più annualità siano sotto media) può essere utilizzata solo per favorire il professionista (evitando la decurtazione di anzianità assicurative relative, per l’appunto, ad anni sotto media).
In tema di liquidazione dei trattamenti pensionistici, merita menzione per la rilevanza e la copiosità del contenzioso, rimesso per ben due volte all’attenzione delle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione, la questione concernente la rivalutazione dei trattamenti pensionistici.
Con le sentenze nn. 7281/2004 e 8684/1996, infatti, le SS.UU. della Suprema Corte di Cassazione hanno chiarito come le pensioni vadano rivalutate dal 1° gennaio dell’anno successivo alla loro maturazione a nulla rilevando il dato che tale rivalutazione si riferirebbe ad un periodo durante il quale i trattamenti medesimi non erano ancora maturati e non potevano pertanto essere stati erosi dal fenomeno inflativo.
Nel medesimo senso si pongono le pronunce della Sezione Lavoro della Suprema Corte nn. 18543/2004, 5018/2002, 3397/2002 e 11409/2000.
Rimanendo nell’ambito delle modalità di liquidazione dei trattamenti pensionistici, ulteriore filone di contenzioso ormai esaurito a seguito dell’acquiescenza della Cassa Forense alla pronuncia delle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione n. 297/1999 è quella relativa al coefficiente di rivalutazione dei redditi da inserire nella base pensionabile.
Tale coefficiente, a seguito della menzionata pronuncia, è pari, per ciascun anno - anche anteriore al 1991 - al 100% della differenza tra il coefficiente di rivalutazione relativo all’anno di produzione del reddito e quello del penultimo anno anteriore alla maturazione del trattamento pensionistico.
Si è anche posta la questione se la tabella per la rivalutazione dei redditi da inserire nella base pensionabile dovesse essere quella dell’anno di maturazione del diritto a pensione anziché quella dell’anno anteriore, se dovesse essere inserito nella base pensionabile anche il reddito prodotto nell’anno del pensionamento e se gli scaglioni relativi alle diverse aliquote per il calcolo della pensione dovessero essere quelli relativi all’anno di maturazione della pensione anziché quelli dell’anno precedente.
A tutti i sopra esposti quesiti la Suprema Corte di Cassazione Sezione Lavoro, con le sentenze nn. 18543/2004, 5084/2002 e 10218/2000 ha dato risposta negativa.
Altro significativo filone di Giurisprudenza è quello concernente l’individuazione della base reddituale e di volume d’affari su cui calcolare il contributo soggettivo ed integrativo.
La Giurisprudenza di legittimità e della Corte Costituzionale è giunta a concludere che, a prescindere dalle risultanze fiscali, la contribuzione soggettiva ed integrativa sia dovute e vada pagata soltanto in riferimento all’attività ontologicamente professionale, così come disciplinata dall’ordinamento di categoria (sentt. della Cass. Civ. Sez. Lav. nn. 15816/2000; 2910/1999; 7384/1996; 629/1993).
In tema di sanzioni, si segnalano le sentenze nn. 4290/2003 e 9725/2000 della Suprema Corte di Cassazione Sezione Lavoro che hanno qualificato la sanzione per il mancato o ritardato invio della comunicazione obbligatoria annuale relativa a redditi e volumi d’affari come sanzione amministrativa con ogni conseguenza in tema d’applicabilità dei principi di cui alla L. n. 689/1981.
In tema di pensione d’anzianità, la Suprema Corte, sotto diversi profili, ha avuto modo di ribadire a più riprese come del tutto legittimo ed anzi esplicativo di un carattere proprio dello specifico trattamento pensionistico, sia il requisito della cancellazione dall’Albo avvocati per l’accesso al trattamento medesimo (si vedano le sentt. nn. 2392/2005; 4482/1998 della Sezione Lavoro della Suprema Corte di Cassazione e la sentenza n. 362/1997 della Corte Costituzionale).
Tra le significative ma isolate sentenze della Suprema Corte di Cassazione Sezione Lavoro, si segnalano la n. 5522/2003 in tema di prescrizione dei crediti contributivi che afferma applicarsi alla Cassa Forense il regime della prescrizione quinquennale disciplinato dai commi 9 e 10 dell’art. 3 comma 12 della L. n. 335/95; la n. 12074/2003 che, in tema di reversibilità di una pensione di invalidità, ha affermato come sia ammissibile, in questi casi, accedere alla pensione indiretta (anziché alla reversibilità del trattamento diretto d’invalidità) cumulando anche le annualità contributive maturate successivamente al pensionamento dir73etto d’invalidità; la n. 5098/2003 che ha precisato come il diritto al rimborso dei contributi soggettivi di cui all’art. 21 della L. n. 576/1980 si estenda anche al c.d. contributo di solidarietà versato nella misura percentuale del 3% e la n. 1904/1996 in tema di prescrizione dei ratei di pensione illiquidi.
Ancora merita un cenno la risalente ma significativa pronuncia n. 114/1990 della Suprema Corte di Cassazione Sezione Lavoro, che, in tema di condono fiscale, ha precisato come quest’ultimo abbia una sua limitata efficacia nella sfera fiscale e come le dichiarazioni reddituali sulla quali effettuare il calcolo della pensione non possano che rimanere quelle originariamente presentate a prescindere dall’adesione ad eventuali condoni.





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