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Ragionieri commercialisti
 

Le recenti riforme previdenziali deliberate da ragionieri e commercialisti sono, come era prevedibile, attualmente oggetto di un fitto contenzioso diffuso su tutto il territorio nazionale vertente sulla legittimità delle singole disposizioni delle riforme impugnate sotto il profilo del mancato rispetto dei limiti di cui all'art. 3 comma 12 della L. n. 335/95 e, in particolare, sotto il profilo del mancato rispetto del vincolo del pro rata.
Ragionieri e commercialisti hanno, infatti, optato per un diverso sistema di calcolo della pensione passando dal c.d. metodo reddituale (basato sugli ultimi redditi dichiarati) al c.d. metodo contributivo fondato, invece, sui contributi versati. Nel regolamentare il passaggio al nuovo sistema di calcolo, consentito dal già richiamato art. 3 comma 12, le Casse dei ragionieri e commercialisti hanno interpretato in guisa elastica il principio del pro rata (pur chiaramente sancito dalla norma) e si sono esposte ad un inevitabile contenzioso che, in particolare, sta riguardando l'ampliamento "secco" della base reddituale per il calcolo della quota reddituale delle pensioni e il c.d. contributo di solidarietà posto a carico dei già pensionati.
Il punto controverso riguarda naturalmente l’ambito della potestà normativa riconosciuta agli enti previdenziali privatizzati dal D.Lgs. n. 509/94 e dall’art. 3 comma 12 della L. n. 335/95 in quanto il nuovo sistema previdenziale di ragionieri e commercialisti trova la sua fonte in regolamenti deliberati dai rispettivi Organi rappresentativi ed approvati dai ministeri vigilanti; regolamenti la cui legittimità non può che essere valutata alla luce delle fonti primarie attributive dei poteri normativi e regolamentari.
A tale riguardo, l’art. 1 del D.Lgs. n. 509/94 che ha disposto la privatizzazione delle Casse di previdenza dei liberi professionisti ha stabilito che gli enti privatizzati: “continuano a svolgere le attività previdenziali e assistenziali in atto riconosciute a favore delle categorie di lavoratori e professionisti per le quali sono stati originariamente istituiti, ferma restando la obbligatorietà della iscrizione e della contribuzione” e il successivo art. 2 che: “le associazioni o le fondazioni hanno autonomia gestionale, organizzativa e contabile nel rispetto dei princìpi stabiliti dal presente articolo nei limiti fissati dalle disposizioni del presente decreto”.
Sotto il profilo dell’autonomia normativa, l’art. 3 del D.Lgs. n. 509/94 ha previsto che gli enti possano adottare lo Statuto ed i regolamenti nonchè delibere in materia di contributi e prestazioni solo laddove la relativa potestà sia prevista dai singoli ordinamenti vigenti.
Con l’art. 3 comma 12 della L. n. 335/95 (nel testo vigente all’epoca dell’entrata in vigore del Regolamento di disciplina del Regime previdenziale) è stato previsto, ampliando il ventaglio dei poteri riconosciuti dal decreto istitutivo, che gli enti possano adottare: “provvedimenti di variazione delle aliquote contributive, di riparametrazione dei coefficienti di rendimento o di ogni altro criterio di determinazione del trattamento pensionistico nel rispetto del princìpio del pro rata in relazione alle anzianità già maturate rispetto alla introduzione delle modifiche derivanti dai provvedimenti suddetti” e che gli stessi possano: “optare per l'adozione del sistema contributivo definito ai sensi della presente legge”.
La Suprema Corte di Cassazione, con orientamento unanime, ha precisato come il novero dei provvedimenti normativi adottabili dagli enti previdenziali privatizzati sia un “numerus clausus” e sia costituito dai provvedimenti elencati nell’art. 3 comma 12 della L. n. 335/95 che impongono, tutti, il rispetto del principio del pro rata con riferimento alle anzianità contributive maturate sino alla data dell’ entrata in vigore dei provvedimenti medesimi (si vedano Cass. Civ. Sez. Lav. n. 22240/2004; Cass. Civ. Sez. Lav. n. 7010/2005; Cass. Civ. Sez. Lav. n. 17783/2005 e Cass. Civ. Sez. Lav. n. 11792/2005).
Cass. Civ. Sez. Lav. n. 22240 del 25 novembre 2004 ha esplicitamente qualificato come un “numerus clausus” il novero dei provvedimenti adottabili dagli enti previdenziali privatizzati con il severo limite del pro rata (dichiarando illegittimo e disapplicando un provvedimento normativo con il quale la Cassa Ragionieri aveva imposto un tetto ad ogni trattamento pensionistico) mentre Cass. Civ. Sez. Lav n. 7010/2005 e Cass. Civ. Sez. Lav. n. 17783/05 (nel dichiarare l’illegittimità e conseguentemente disapplicare un provvedimento normativo della Cassa Geometri che aveva inciso sui criteri d’accesso alla pensione d’anzianità) ha chiaramente ripercorso le norme attributive dei poteri normativi degli enti previdenziali privatizzati enucleandone in modo puntuale l’ambito ed i relativi confini: “in effetti, il d.lgs. n. 509/94, nel disciplinare la trasformazione in soggetti di diritto privato (associazioni o fondazioni) di taluni enti pubblici gestori di assicurazioni previdenziali obbligatorie, ha attribuito ai soggetti trasformati una autonomia organizzativa che, se poteva riguardare la gestione delle risorse economiche disponibili, non incideva affatto né sulla natura pubblicistica dei rapporti inerenti alle assicurazioni gestite, né sulla disciplina sostanziale di tali assicurazioni (cfr. Corte Cost. n. 248/1997 e n. 15/1999). In particolare non ha attribuito agli enti il potere di incidere sulla disciplina normativa dei contributi e delle prestazioni, salvi i poteri di cui essi eventualmente già disponessero sulla base della normativa preesistente. Ciò trova conferma in equivoca nell’art. 3 comma 2, lett. B), che ha previsto l’approvazione ministeriale delle “delibere in materia di contributi e prestazioni, sempre che la relativa potestà sia prevista dai singoli ordinamenti vigenti”. La disciplina in materia è stata senza dubbio profondamente innovata dall’art. 3 comma 12 della L. n. 335/1995, che, nel perfezionare le disposizioni dirette alla garanzia di stabilità di bilancio degli enti in questione, ha attribuito a questi ultimi incisivi poteri in materia di contributi e prestazioni. Però la legge ha fatto riferimento alla “riparametrazione dei coefficienti di rendimento o di ogni altro criterio di determinazione del trattamento pensionistico nel rispetto del principio del pro rata in relazione alle anzianità già maturate rispetto all’introduzione delle modifiche derivanti dai provvedimenti suddetti”. Il chiaro tenore letterale della disposizione conferma la fondatezza del rilievo della Corte di merito secondo cui i poteri attribuiti riguardano i criteri di determinazione della misura dei trattamenti pensionistici – peraltro con una severa protezione delle situazioni in via di maturazione (cfr. il criterio del pro rata) e non anche i requisiti per l'accesso ai medesimi o per la loro concreta fruizione.
L’orientamento della giurisprudenza di legittimità sopra ripercorso, nell’individuare i contorni della potestà normativa degli enti previdenziali privatizzati, ha, dunque, avuto modo di chiarire che i poteri normativi degli enti di cui al D.Lgs. n. 509/94 riguardano i criteri di calcolo della pensione, con il severo limite del pro rata, il che implica, per legge, che tutte le anzianità contributive maturate sino alla data delle modifiche regolamentari debbono continuare ad essere calcolate secondo il previgente sistema. In tale prospettiva l'incremento "secco" della base reddituale per il calcolo della quota di pensione riferibile alle anzianità contributive ante-riforma, implica, per definizione, il mancato integrale rispetto del pro rata che richiederebbe, all'evidenza, un calcolo della quota pensionistica riferibile alle anzianità ante riforma effettuato sulla base della base reddituale prevista prima della riforma stessa. Il contributo di solidarietà, addirittura, incide su un trattamento già interamente liquidato con la conseguente inevitabile incisione del vincolo del pro rata di cui al più volte richiamato art. 3 comma 12 della L. n. 335/95.
Di fronte al, pur prevedibile, contenzioso, le Casse di ragionieri e commercialisti hanno ritenuto che l'art. 1 comma 763 della Legge Finanziaria 2007, nella parte in cui prevedeva che: "sono fatti salvi gli atti e le deliberazioni in materia previdenziale e adottati dagli enti di cui al presente comma ed approvati dai Ministri vigilanti prima della data di tratta in vigore della presente legge”, potesse avere l'effetto di ratificare ogni e qualsiasi disposizione delle riforme adottate anche se in contrasto con l'art. 3 comma 12 della L. n. 335/95 nel testo previgente. Tale interpretazione fu immediatamente criticata dai primi commentatori (si vedano, sulle pagine di questo sito, i contributi dell'Avv. Anna Campilii e dell'Avv. Mario Lazzaretti).
I Giudici del merito hanno fornito un'interpretazione dell'art. 1 comma 763 lineare e rispettosa del principio dell'irretroattività della legge. Le Corti d'Appello di Torino, Genova e Firenze si sono, infatti, allineate nel ritenere che la nuova versione del comma 12 dell'art. 3 della L. n. 335/95 abbia portata modificativa e non interpretativa del vecchio comma 12 e che, pertanto, il nuovo comma 12 s'applichi soltanto ai regolamenti adottati a decorrere dal 1.1.2007 e non a quelli anteriori che continuano ad essere disciplinati dalla previgente disciplina.
D'altra parte, l'ultimo inciso della norma in questione non ha, secondo la giurisprudenza di merito inteso dare validità ad atti adottati in contrasto con il testo precedente dell'art. 3, comma 12 legge n. 335 del 1995 in quanto "far salvo un provvedimento significa che esso non perde efficacia per effetto della nuova norma di legge ma non che esso è anche conforme a legge. Gli atti e provvedimenti adottati dagli enti prima dell'entrata in vigore della modifica dell'art. 3 comma 12 1. 335/95 rimangono efficaci e la loro legittimità dovrà esser vagliata alla luce del vecchio testo di detta norma(il corsivo è tratto da Corte d'Appello di Torino n. 135/07, analogamente si vedano le sentenze del Tribunale di Parma n. 223/07 del 14 giugno 2007 e del Tribunale di Varese n. 98/2007 pubblicate su questo sito).





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