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i delitti contro l'onore: ingiuria e diffamazione

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I delitti previsti dal Capo II del Titolo XII del codice penale a tutela dell'onore sono l'ingiuria e la diffamazione, nell'ingiuria l'offesa deve essere arrecata in presenza dell'offeso o a lui direttamente comunicata mentre nella diffamazione l'offesa deve essere comunicata a più persone (anche in tempi diversi) in assenza dell'offeso.
 
L'art. 594 cp che prevede e punisce l'ingiuria prevede la pena della multa da euro 258 a euro 2.582 a carico di chiunque offenda l'onore o il decoro di una persona presente. E' prevista, altresì, la pena della permanenza domiciliare da sei a trenta giorni o del lavoro di pubblica utilità da dieci giorni a tre mesi se l'offesa consiste nell'attribuzione di un fatto determinato. L'ingiuria è aggravat se l'offesa è commessa in presenza di più persone.
 
L'art. 595 cp che prevede e punisce la diffamazione prevede che chiunque, in assenza della persona offesa, comunicando con più persone, ne offenda la reputazione, sia punito con la pena della reclusione fino ad un anno e con la multa fino a euro 1032. Anche per la diffamazione è prevista un'aggravante consistente nell'attribuzione di un fatto determinato. Ulteriori aggravanti sono previste nel caso in cui l'offesa venga arrecata con il mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicità ovvero se l'offesa è diretta ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza, o ad un'Autorità costituita in collegio.
 
Secondo la tesi tuttora prevalente il delitto di diffamazione e quello di ingiuria si distonguerebbero anche sotto il profilo del bene giuridico tutelato in quanto il delitto di diffamazione sarebbe posto a presidio della reputazione in senso oggettivo e, cioè, come considerazione di cui si gode all'interno di un determinato contesto sociale mentre il delitto di ingiuria presidierebbe l'onore come sentimento soggettivo della propria dignità.
 
Per l'integrazione dei delitti di ingiuria e diffamazione non viene peraltro richiesta l'effettiva lesione dell'onore essendo sufficiente il pericolo di lesione integrato dalla potenzialità offensiva delle espressioni usate.
 
Sempre in chiave di ricostruzione generale, deve sottolinearsi come, in talune ipotesi specifiche , ove i delitti di ingiuria di diffamazione si siano estrinsecati nell'attribuzione di un fatto determinato, è prevista la possibilità di fornire la prova del fatto addebitato con la conseguente non punibilità del delitto ascritto (cfr. l'art. 596 cp).

Ulteriore causa di non punibilità comune ai delitti di diffamazione e ingiuria è quella contemplata dall'art. 599 cp che contempla l'ipotesi in cui i delitti in esame siano stati commessi nello stato d'ira determinato da un fatto ingiusto altrui e subito dopo di esso. Con specifico riguardo all'ingiuria, invece, il medesimo art. 599 cp, al primo comma, prevede, in caso di reciprocità delle offese, la possibilità per il giudice di dichiarare la non punibilità di uno o entrambi gli offensori.
 
Ulteriore causa di non punibilità è, poi, quella prevista dall'art. 598 cp che, in omaggio al diritto di difesa presidiato dall'art. 24 cost, stabilisce la non punibilità delle offese contenute negli scritti presentati o nei discorsi pronunciati dalle parti o dai loro patrocinatori nei procedimenti dinanzi all'autorità giudiziaria, ovvero dinanzi a un'autorità amministrativa, quando le offese concernono l'oggetto della causa o del ricorso amministrativo.
 
In relazione a quest'ultima causa di non punibilità, dottrina e giurisprudenza si sono a lungo confrontate in ordine alla sua natura. Per una tesi si tratterebbe di una causa di giustificazione estensiva di quella di cui all'art. 51 cp; corollario di tale ricostruzione è la possibilità di un'estensione in via analogica della medesima sino a coprire atti non espressamente compresi nella fattispecie (si pensi all'atto di citazione che non è ancora uno scritto presentato dinanzi ad un'autorità giudiziaria). Secondo diversa impostazione, invece, si tratterebbe di una causa di non punibilità che non farebbe venire meno l'antigiuridicità del fatto e che opererebbe solo laddove non possa ravvisarsi nella fattispecie l'operatività della causa di giustificazione dell'esercizio del diritto di difesa; ad esempio in quanto le espressioni offensive utilizzate trascendano le necessità difensive e siano consapevolmente false. Ha aderito, di recente, alla prima delle due ricostruzioni Cass Pen Sez VI, 26 febbraio 2009.

Per quanto, in particolare, riguarda la diffamazione a mezzo stampa, il punto di naturale frizione è costituito dai  delicati rapporti con il diritto di cronaca e con il diritto di critica.
 
Al riguardo, dopo un elaborato percorso di giurisprudenza, si è giunti ad enucleare i presupposti per l'operatività della scriminante del diritto di cronaca, quale espressione del diritto di libera manifestazione del pensiero di cui all'art. 21 cost nella:
 
verità (quantomeno putativa) della notizia da appurarsi mediante uno scrupoloso uso delle fonti, senza distinguere tra fonti ontologicamente privilegiate o meno - con riferimento al diritto di critica la verità potrà predicarsi solo intorno al fatto sui cui si incentra l'esercizio di critica;
 
interesse pubblico della notizia;
 
continenza delle espressioni usate, con metro di valutazione più attenuato nel caso del diritto di critica.
 
Di recente, la Suprema Corte ha avuto modo di occuparsi a più riprese del problema delle interviste a contenuto diffamatorio, risolvendo il quesito se, in ordine al delitto di diffamazione eventualmente perpetrato dall'intervistato, possa essere chiamato a rispondere, a titolo concorsuale, il giornalista che abbia curato l'intervista e, se del caso, lo stesso direttore di testata.
L'approdo cui è giunta la Suprema Corte è che occorra distinguere. Se, in via generale, può predicarsi una responsabilità concorsuale del giornalista che curi l'intervista in relazione alle espressioni diffamanti dell'intervistato, ove, per la notorietà del personaggio intervistato, l'intervista in sè presenti un interesse pubblico, il giornalista non risponderà a titolo di concorso in quanto il requisito della verità andrà verificato in relazione all'intervista in sè e non ai suoi contenuti.

 

 

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