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la Riforma Fornero sull'impugnazione dei licenziamenti invalidi
La riforma del mercato del lavoro: dal Collegato Lavoro alla legge 92/2012 - l'evoluzione-rivoluzione della disciplina relativa all'impugnativa dei licenziamenti invalidi
 
Approfondimento a cura di
 
 
avvocato del Foro di Viterbo
 
Un percorso di formazione lungo e articolato quello della riforma del mercato del lavoro.
 
Tra i vari cambiamenti e novità più importanti, il così detto Collegato lavoro, Legge 183/2010,  ha profondamente innovato, poco meno di due anni fa, in tema  di  procedure di conciliazione e arbitrato, licenziamenti, ricorsi per i contratti a tempo determinato, poteri di controllo del giudice sulle vicende del rapporto di lavoro, sanzioni per violazioni in materia di orario di lavoro, disposizioni in materia assistenziale e previdenziale ecc.
 
Sicuramente, tra le  novità, di rilievo fondamentale appare la tematica dell’impugnazione dei licenziamenti invalidi.
 
Difatti, a seguito della modifica che l’art. 32, comma 1, legge 180/2010  ha apportato alla storica legge 604/1966,  è stato introdotto un articolato sistema di termini.

Il citato art. 32, secondo la formulazione della legge 180/2010, prevede  che per la contestazione anche in via stragiudiziale del licenziamento resta fermo il termine di 60 giorni previsto dalla legge n. 604/1966 (termine decorrente dalla comunicazione del recesso o, se non contestuale, dalla comunicazione dei motivi).
 
La grande novità, introdotta dal Collegato Lavoro, stà nel termine  per proporre l’impugnativa dinanzi all’autorità giudiziaria (o dinnanzi alla commissione di conciliazione, o all’arbitro) al  fine di accertare la legittimità del licenziamento, e che appare di gran lunga inferiore rispetto all’originario termine quinquennale di prescrizione (azione di annullamento del licenziamento illegittimo).
 
L’impugnazione stragiudiziale perde efficacia se  nel termine di 270 giorni non si procede in alternativa o al deposito del ricorso in Cancelleria, o alla richiesta di esperire il tentativo di conciliazione, o all’arbitrato; tre alternative finalizzate all’accertamento della validità e giustificatezza del licenziamento.
 
In caso di rifiuto, o mancato raggiungimento di un accordo in sede di conciliazione o arbitrato, viene fissato un ulteriore termine  di 60 giorni per l’esercizio dell’azione giudiziaria.
 
Lo stesso articolo al secondo comma testualmente recita:<< Le disposizioni di cui all'articolo 6 della legge 15 luglio 1966, n. 604, come modificato dal comma 1 del presente articolo, si applicano anche a tutti i casi di invalidita' del licenziamento>>.

Ecco però, non con stupore da parte degli operatori del settore, che il legislatore sente la necessità di intervenire nuovamente su un tema, quello del mercato del lavoro, spinoso e che in Italia sembra non trovare pace.
 
Difatti  ai commi dal 37 al 41 dell’art.1 della legge di riforma del lavoro 92/2012 viene modificata ulteriormente la disciplina dei licenziamenti individuali.
 
Viene introdotto l’obbligo di indicare nella comunicazione del licenziamento i motivi del recesso (problematica che ha da sempre riguardato maggiormente i licenziamenti per giustificato motivo oggettivo).

La mancanza dell’ indicazione specifica dei motivi, così come della forma scritta, comporta l’inefficacia del licenziamento stesso.
 
L’art. 1 comma 38 della legge 92/2012 va inoltre a modificare il termine di 270 giorni, previsto dal Collegato Lavoro, per proporre il ricorso giurisdizionale, termine ridotto a 180.
 
Tale nuova disciplina  trova applicazione unicamente per i licenziamenti intimati successivamente all’entrata in vigore della legge di riforma.
 
La riforma introdotta dalla recente legge tocca temi molto ampi tra cui la modifica dell’art. 18 legge 300/1970, la flessibilità, il nuovo rito speciale per impugnare i licenziamenti e tante altre novità sia in tema di licenziamenti individuali che collettivi.
 
Ho scelto di incentrare l’attenzione sui punti sopra indicati (obbligo motivazione e riduzione termine per proporre l’azione giudiziaria) in quanto mi hanno colpito portandomi ad alcune riflessioni.
 
Rispetto alla prima novità  (il licenziamento deve essere sempre motivato per iscritto), questa impostazione personalmente appare condivisibile: è logico che la ragione per cui un soggetto viene licenziato debba essere conosciuta contestualmente all’atto di recesso eliminando l’onere del lavoratore alla relativa richiesta (con tutte le  conseguenze negative se la stessa richiesta non veniva effettuata oppure veniva effettuata tardivamente).
 
Sul tema della riduzione del termine per impugnare, sinceramente, i dubbi ci sono.
 
Sicuramente nella logica del legislatore c’è la necessità di abbreviare il più possibile i tempi soprattutto a tutela di un’ esigenza di certezza del datore di lavoro che ha interesse di sapere, prima possibile, se il lavoratore ha intenzione di contestare la legittimità del licenziamento in sede giudiziale e stragiudiziale.
 
Interesse, quest’ultimo,  meritevole di tutela!
 
Difatti, secondo la vecchia procedura, il possibile decorso di un termine molto ampio, tra l’impugnativa in via stragiudiziale e l’azione giudiziaria, era sicuramente contrario al principio di certezza del diritto: il datore si vedeva sottoposto al rischio che un provvedimento giudiziario stravolgesse totalmente l’assetto organizzativo aziendale anche dopo un decorso considerevole di tempo, mentre il lavoratore poteva essere tentato ad aspettare più tempo possibile, prima di adire il giudice, al fine di maturare un diritto al risarcimento maggiore.
 
Di sicuro necessitava un intervento normativo finalizzato ad un riassetto dell’equilibrio tra le parti.
 
Il punto è a che prezzo?
 
I termini strettissimi (Collegato Lavoro 270 giorni e Legge 92/2012 180 giorni) non giovano al lavoratore (che comunque resta la parte socialmente debole e quindi meritevole di particolare attenzione da parte del legislatore), molte volte  disinformato o mal consigliato che potrebbe realizzare l’esistenza dei presupposti per l’impugnativa tardivamente.
 
E’ pur vero che le riforme vanno valutate nel tempo; inoltre c’è l’esigenza di cambiare mentalità sia dal lato imprenditoriale sia del lavoratore, altrimenti sarà sempre un dramma toccare temi tanto scottanti.
 
Come dire essere più disponibili a mettersi in gioco……ma questo è un modesto parere di chi scrive.




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