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la concussione: il concorso dell'extraneus
Il concorso dell'extraneus nel delitto di concussione, i rapporti del delitto di concussione con la violenza privata, inquadramento della fattispecie penale e questioni giuridiche connesse
 
Approfondimento a cura di
 
 
avvocato del Foro di Trani
 
Nel nostro ordinamento giuridico, le disposizioni contenute nel Libro III, Titolo II, Capo I del codice penale, prevedono e puniscono i delitti contro la Pubblica Amministrazione commessi dai pubblici ufficiali. In particolare, l’art. 317 c.p. prevede e punisce il delitto di concussione. La ratio di questa serie di disposizioni va rinvenuta nell’esigenza di assicurare il buon andamento e l’imparzialità della P.A. Questa esigenza è posta dall’art. 97 comma 1 Cost.: la valenza immediatamente precettiva di questa disposizione si ricava proprio dalla lettera della norma che impone che i pubblici ufficiali siano organizzati in base a disposizioni di legge (in tal caso, per ‘legge’ vanno intesi gli atti aventi forza di legge e quei regolamenti che contribuiscono ad organizzare gli uffici pubblici, con esclusione dei regolamenti aventi funzioni meramente esecutive) e tali disposizioni devono aver come obiettivo finale e supremo il buon andamento e l’imparzialità della P.A. Questi due obiettivi sono assicurati, in base all’art. 97 Cost., attraverso l’individuazione delle responsabilità proprie dei funzionari, in relazione alle rispettive sfere di competenza e di attribuzioni, e attraverso la previsione dell’accesso agli impieghi nella P.A. mediante procedure concorsuali volte alla selezione dei cittadini in possesso dei requisiti e delle capacità tecniche indicate nel relativo bando di concorso.

Tuttavia, il buon andamento e l’imparzialità dell’attività amministrativa possono essere alterati da molteplici fattori: le anomalie funzionali possono essere determinate sia da fattori interni alla P.A. sia da fattori ad essa esterni. L’art. 317 c.p. appartiene al novero dei delitti che possono essere commessi dai soggetti individuati dall’art. 357 c.p. e seguenti e, perciò, è un delitto proprio , intendendo con questa espressione il fatto che il soggetto agente deve rivestire una particolare qualità affinchè il delitto de quo sussista.  In difetto del possesso della qualità richiesta dalla norma incriminatrice, non sussiste più quella fattispecie in quanto viene meno un elemento normativamente previsto e rilevante al fine della qualificazione giuridica del fatto. A mente dell’art. 357 c.p. – che, insieme agli artt. 358 – 360 c.p. si pone come norma di chiusura del  Titolo II – è pubblico ufficiale colui che svolge una pubblica funzione che può essere legislativa, giudiziaria o amministrativa. Ancora, è pubblico ufficiale colui che svolge un’attività amministrativa disciplinata da norme di diritto pubblico e da atti amministrativi che sia caratterizzata dalla formazione e dalla manifestazione della volontà della P.A. o dal suo svolgersi attraverso poteri autoritativi o certificativi. L’incaricato di pubblico servizio, ex art. 358 c.p., svolge invece un’attività disciplinata nelle stesse forme della pubblica funzione ma da essa si differenzia per la mancanza dei poteri tipici di essa.
 
Il duplice riferimento agli artt. 357 e 358 consente di tratteggiare la condotta del delitto in oggetto. Il soggetto agente deve abusare della sua qualità o dei suoi poteri: cioè, egli deve fare un uso abnorme , distorto, improprio della sua qualità di pubblico ufficiale o dei poteri, autoritativi o certificativi, correlati alla predetta qualità, perseguendo fini diversi dal buon andamento e dall’imparzialità, che sono e restano i caratteri della P.A. e, ad un tempo, delineano il limite della condotta del p.u., travalicando il quale si sfocia nel delitto in esame.
 
La configurazione del delitto di concussione richiede una condotta che si concretizza nel costringimento o nell’induzione di taluno a dare o promettere; queste due forme alternative, sostenute dal dolo generico, possono comprendere una pletora di atteggiamenti posti in essere dal p.u., atteggiamenti che vanno ben oltre il metus o la soggezione che, spesso, circonda i p.u. e, in generale, coloro che all’interno della P.A. intesa in senso lato, rivestono un ruolo posto in posizione apicale, comunque denominato. La costrizione all’indebito facere deve essere invincibile per il soggetto passivo (è appena il caso di ricordare che si tratta di un reato plurioffensivo: è colpita la P.A., in quanto è alterato il buon funzionamento e l’imparzialità di essa in uno al danno all’immagine causato dal p.u. infedele; è colpito il cittadino che subisce la condotta illecita del p.u.), cioè deve trattarsi di una costrizione che parta dal p.u. (al contrario, sarebbe configurabile la diversa ipotesi di corruzione, quando l’iniziativa parte dal terzo ed è diretta al p.u., dando vita alle varie ipotesi p. e p. dall’art. 318 c.p.) e che sia diretta a coartare l’altrui volontà onde costringere taluno ad un facere non dovuto.
 
L’induzione all’indebito facere dà luogo ala c.d. concussione ambientale  e si ha quando il p.u., tacendo o comunque tenendo una condotta reticente, insinua nel soggetto passivo l’idea di dover dare o promettere qualcosa, sapendo che non è dovuto. Più volte si è accennato al carattere del facere: si è detto che esso è indebito, cioè, con la sua condotta illecita, il p.u. ottiene la dazione o la promessa di qualcosa in modo indebito perché non dovuto né richiesto da nessuna norma di legge. A nulla rileva che il vantaggio consista in danaro o in altra utilità o che sia diretta al p.u. o ad un terzo: la ratio della previsione legislativa va ravvisata nel fatto che il discredito della P.A. è tutto compreso ed esaurito dalla condotta del p.u. Il legislatore manifesta indifferenza sia per l’oggetto della richiesta del p.u. sia per il destinatario finale dell’utilità medesima: il campo di applicazione della norma sarebbe estremamente circoscritto e non sarebbero punibili molte condotte penalmente rilevanti e di notevole impatto sociale, stante il forte disvalore associato alla categoria dei delitti contro la P.A.
 
La riprova di quanto affermato è data dall’art. 317 – bis c.p.: infatti, la condanna per il delitto di cui all’art. 317 c.p. importa l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. L’irrogazione di questa misura di sicurezza esprime, per l’ordinamento giuridico, la necessità di allontanare in modo definitivo ( o temporaneo, in caso di interdizione temporanea se, nel caso concreto, ricorrono circostanze attenuanti che importino la condanna alla reclusione inferiore a tre anni) quei soggetti che, già p.u., abbiano dimostrato di non essere in grado di garantire il buon andamento e l’imparzialità della P.A. perché hanno utilizzato in modo abnorme quei poteri loro conferiti e quelle qualità da essi rivestite per il raggiungimento di scopi estranei, o meglio, contrari all’interesse pubblico. Di conseguenza, se il parametro è il perseguimento dell’interesse pubblico, attraverso il corretto esplicarsi della funzione pubblica, discende che  sarà penalmente responsabile anche il funzionario di fatto che, pur in assenza di un’investitura formale da parte della P.A., svolga una funzione amministrativa disciplinata da norme di diritto pubblico, avente i caratteri e i poteri previsti dall’art. 357 cpv. c.p.
 
La fattispecie di cui all’art. 317 c.p. è plurisoggettiva, cioè occorre necessariamente la presenza di due soggetti, il p.u. e il ‘taluno’ richiesto dalla norma, affinchè possa parlarsi di concussione. Lo stesso accade per l’ipotesi di cui all’art. 318 c.p., art. 588 c.p., art. 644 c.p. etc.  questo non esclude che la concussione possa essere commessa da più soggetti agenti in concorso fra loro, a danno del soggetto passivo. La punibilità del concorrente nel fatto di reato di cui all’art. 317 c.p. discende dal combinato disposto degli artt. 110 e 317 c.p. L’art.110 c.p. rappresenta, all’interno del nostro ordinamento, la clausola di estensione della responsabilità per concorso: tale disposizione, combinandosi con le varie previsioni normative di parte speciale, permette la creazione di altrettante ipotesi di reati che sono tipiche, determinate, previste per legge e perciò costituzionalmente legittime. Analoga funzione è svolta nel codice penale dagli artt. 40 cpv e 56, rispettivamente in tema di reati omissivi  impropri e di tentativo.
 
La possibilità del concorso nel reato – rectius , delitto – di concussione non pone alcun problema particolare se i soggetti agenti ( almeno due, naturalmente) rivestano la qualità di pubblico ufficiale. Trattandosi di un reato proprio, la qualifica soggettiva è essenziale al fine della configurabilità del concorso.
 
Diverso è il caso in cui uno dei due concorrenti rivesta la qualifica richiesta dalla norma mentre l’altro concorrente sia un extraneus, sia cioè sfornito della specifica qualità. L’art. 110 c.p. indica che deve trattarsi del medesimo reato. Quando i due soggetti agenti non rivestono la medesima qualità soggettiva non può parlarsi, con riferimento a entrambi, del medesimo reato proprio perché colui in capo al quale difetta la qualità soggettiva richiesta dalla norma non compie il medesimo reato dell’intraneus.  Alla luce dell’art. 117 c.p. occorre verificare se la condotta dell’extraneus è una condotta penalmente rilevante, pur sotto un altro nomen juris, o meno. Il delitto di concussione è un reato proprio e, in base al dictum dell’art. 117 c.p., anche l’extraneus risponderebbe del delitto ex art. 317 c.p. perché la scelta legislativa è improntata al rigore punitivo nel perseguimento dei reati commessi in concorso. Tuttavia, il legislatore pone alcuni parametri in base ai quali operare una diminuzione di pena nei confronti dei concorrenti per i quali non sussistono le condizioni, le qualità o i rapporti fra colpevole e offeso. Infatti, l’extraneus, al di fuori dell’ipotesi di concorso, risponde di violenza privata, ex art. 610 c.p.: questo reato è a forma libera, in quanto la costrizione (che è la modalità che più rileva, ai fini della risoluzione del problema in esame) può avvenire in modi differenti, tutti finalizzati a fare (ma anche tollerare o omettere) qualcosa; la struttura del reato di concussione e quella della violenza privata sono sovrapponibili al punto di poter affermare che la concussione è la violenza privata del p.u. In entrambi i reati, è richiesto l’apporto psicologico del dolo generico.
 
Alla luce di quanto precede, occorre osservare che la concussione è un reato di mano propria (come l’incesto, per esempio) e nel suo svolgimento concreto (il costringimento e l’induzione di taluno a dare o promettere indebitamente alcunchè) resta un delitto che può essere commesso, nella sua materialità, solo dall’intraneus (come i soggetti di cui all’art. 564 c.p.). L’extraneus può concorrere allora solo moralmente con l’intraneus, facendo sorgere in lui il proposito criminoso  (istigazione) o rafforzando il proposito già sorto (determinazione), come chi induce all’incesto due dei soggetti ex art. 564 c.p. Infatti se l’extraneus costringe taluno a fare, omettere etc qualcosa, commette violenza privata, non concussione. Inoltre, siccome la condotta dell’extraneus configura da sé la fattispecie prevista dall’art. 610 c.p. ed è punita con una pena inferiore a quella prevista dall’art. 317 c.p., il giudice ha la possibilità di diminuire la pena nei confronti dell’extraneus.




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