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La riforma della previdenza dei veterinari
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La riforma della previdenza dei veterninari ha perseguito l'obiettivo della sostenibilità intervenendo, sul fronte delle entrate, sull'aliquota del contributo soggettivo portata dal 10% del RNP al 18% a regime (l'incremento è stato stabilito, tuttavia, con la gradualità di 0,5 punti percentuali l'anno). La percentuale della contribuzione integrativa è rimasta al 2% così come l'ammontare della contribuzione minima. Al riguardo, sembra condivisibile la scelta di incidere sull'aiquota percentuale della contribuzione soggettiva e di mantenere inalterata la contribuzione minima stabilendo una certa correlazione proporzionale tra la capacità reddituale degli iscritti e il contributo complessivo al finanziamento del sistema previdenziale (per una soluzione diametralmente opposta si veda invece la recente riforma della previdenza forense ).

Sul fronte delle uscite, ENPAV ha modificato le aliquote di rendimento delle pensioni, da calcolarsi con il sistema retributivo e modificato gli scaglioni di reddito cui applicare le aliquote. Le modifiche si applicheranno, nel rispetto del principio del pro rata, solo a decorrere dal 1.1.2010. In estrema sintesi, può dirsi che è stato quasi raddoppiato il reddito massimo pensionabile e sono state ridotte le aliquote di rendimento delle pensioni. Gli effetti dovrebbero essere quelli di ridurre l'importo delle pensioni relative ai professionisti con redditi medi più bassi e di aumentare l'importo delle pensioni dei professionisti con redditi più alti. La modifica appare ispirata ad una logica di stretta corrispettività a scapito del principio solidaristico (cfr. art. 22 del nuovo regolamento di attuazione delle attività previdenzaili).
 
Gli interventi maggiormente incisivi sul fronte delle uscite sono, comunque, quelli inerenti i requisiti di accesso di pensione di vecchiaia e anzianità. Per la prima è prevista la combinazione di trentacinque anni di anzianità contributiva e di sessantotto anni di età (a fronte della pregressa combinazione dei 65 anni d'età e 30 di contribuzione), per la seconda è prevista, in alternativa, la combinazione di 40 anni di contributi e 60 d'età ovvero quella di 35 anni di contributi  ed età compresa tra i 60 e i 67 anni ma con l'applicazione di coefficienti di riduzione legati all'età d'accesso al pensionamento e all'anzianità contributiva (in precedenza i requisiti alternativamente erano o l'anzianità contributiva di 40 anni o la combinazione dei 35 anni di anzianità contributiva e dei 58 anni d'età con coefficienti di riduzione legati solo all'anzianità contributiva).
 
Un elemento innovativo che contraddistingue la riforma è l'assenza d una disciplina transitoria. Se da un lato tale carenza rende particolarmente brusca l'incidenza sulle situazioni previdenziali in corso di maturazione, d'altra parte elimina parte delle odiose disparità che le discipline transitorie creano tra classi di iscritti, nonchè dubbi e sospetti ingenerati da previsioni a volte bizzarre
 
 
A conclusione della breve rassegna delle modifiche regolamentari che, come visto in breve, hanno interessato, in particolar modo, i requisiti di accesso ai principali trattamenti pensionistici erogati dall'ente, non può non ricordarsi che la Suprema Corte, con pronunce rese nel 2005, aveva con chiarezza espresso il principio per il quale gli enti previdenziali privatizzati erano legittimati a modificare solo i criteri di calcolo delle pensioni (nel rispetto del principio del pro rata) ma non ad innovarne i requisiti di accesso. La portata di tali pronunce costituisce indubbiamente una nube sull'orizzonte della presente riforma.
 




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