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la testimonianza della persona offesa nel processo penale
Il valore probatorio della testimonianza della persona offesa nel processo penale, dall'incapacità nel processo civile al rigoroso esame dell'attendibilità del teste nel processo penale
 
Una questione, inerente le fonti di prova, nell'ambito del processo penale e che ne determina un significativo ed a volta determinante scostamento rispetto al processo civile riguarda la testimonianza della persona offesa.
 
In via generale, infatti, mentre tale fonte di prova non è ammessa nel processo civile stante l'incapacità a testimoniare di chi abbia interesse all'esito della lite, nell'ambito del processo penale essa, sotto il profilo della qualificazione normativa, non differisce da una qualsiasi testimonianza assumendo, perciò, valenza probatoria piena e, di per sè, non necessitando di riscontri, ai sensi dell'art. 192 cpp, commi 3 e 4.
 
In effetti, proprio tale potenziale probatorio delle dichiarazioni testimoniali della persona offesa possono ragionevolmente indurre ad intraprendere, anche solo a fini risarcitori, la via della costituzione di parte civile nel processo penale anzichè la via dell'azione risarcitoria nel processo civile (si pensi al caso molto frequente del risarcimento del danno da sinistri stradali).
 
Tuttavia la peculiare veste della Persona Offesa, specie in caso di costituzione di parte civile, non può non incidere sulla valutazione generale dell'attendibilità del teste e ciò è emerso a più riprese nella giurisprudenza di legittimità che, pur nel formale silenzio delle norme codicistiche, ha elaborato principi cristallizzati in punto di criteri per la valutazione dell'attendibilità della testimonianza della persona offesa.
 
In particolare concorrono nella valutazione dell'attendibilità della persona offesa in qualità di teste, sia la costituzione di parte civile, che deve indurre ad un più rigoroso esame in ordine alla coerenza intrinseca ed estrinseca della deposizione testimoniale, sia, più in generale, la complessiva vicenda entro la quale si inserisce l'imputazione e la posizione che, nell'ambito di tale vicenda, assume la persona offesa.
 
In definitiva, l'interesse alla causa che, nell'ambito del processo civile, conduce all'incapacità a testimoniare, nell'ambito del processo penale si trasforma in un monito ad una più accurata valutazione sull'attendibilità del teste.


Cassazione penale  sez. I 24 giugno 2010  n. 29372


La deposizione della persona offesa può essere assunta, anche da sola, come prova della responsabilità dell'imputato, purché sia sottoposta a vaglio positivo circa la sua attendibilità e senza la necessità di applicare le regole probatorie di cui all'art. 192, commi 3 e 4, c.p.p., che richiedono la presenza di riscontri esterni; tuttavia, qualora la persona offesa si sia anche costituita parte civile e sia, perciò, portatrice di pretese economiche, il controllo di attendibilità deve essere più rigoroso rispetto a quello generico cui si sottopongono le dichiarazioni di qualsiasi testimone e può rendere opportuno procedere al riscontro di tali dichiarazioni con altri elementi.


Cassazione penale  sez. IV 18 dicembre 2009 n. 49714


La deposizione della persona offesa, come ogni deposizione, è soggetta ad una valutazione di attendibilità intrinseca ed estrinseca del teste. Ma una volta che il giudice l'abbia motivatamente ritenuta veritiera, essa processualmente costituisce prova diretta del fatto e non mero indizio, senza che abbisogni neppure di riscontri esterni, quando non sussistano situazioni che inducano a dubitare della sua attendibilità. Ne deriva che, nel rispetto delle suddette condizioni, anche la deposizione della persona offesa dal reato, pur se non può essere equiparata a quella del testimone estraneo, può essere anche da sola assunta come fonte di prova della colpevolezza del reo.


Cassazione penale  sez. III 23 ottobre 2008 n. 43339



Le dichiarazioni della persona offesa dal reato possono essere assunte quali fonti del convincimento senza necessità di riscontri esterni. Il giudice, tuttavia, non può sottrarsi a un esame dell' attendibilità del dichiarante, che deve essere particolarmente rigoroso quando siano carenti dati oggettivi emergenti dagli atti, che confortino l'assunto accusatorio. In questa prospettiva, è necessario, stante l'interesse che ha la parte offesa verso l'esito del giudizio, vagliare le sue dichiarazioni con ogni cautela, compiendo un esame particolarmente rigoroso anche attraverso una conferma di altri elementi probatori.



OSSERVA

1) Con sentenza del 3.3.2008 la Corte di Appello di Firenze confermava la sentenza del Tribunale di Firenze, con la quale A.H. era stato condannato, previa concessione delle circostanze attenuanti generiche dichiarate equivalenti alla contestata recidiva, alla pena di anni 6 e mesi 6 di reclusione per i reati di cui all'art. 581 c.p. (capo a), art. 61 c.p., n. e art. 610 c.p. (capo b), art. 582 c.p., art. 585 c.p., comma 2, n. 2 (capo c), art. 609 bis c.p. (capo d), art. 605 c.p. (capo f), commessi in danno di I.F., unificati sotto il vincolo della continuazione, ed alla pena di anni uno di reclusione per il reato di cui all'art. 574 c.p. (capo g).
Riteneva la Corte territoriale la piena attendibilità delle dichiarazioni della parte offesa I.F., confortate peraltro da numerosi riscontri (testimonianze dei vicini di casa, e dell'ispettore M., rilievi fotografici, documentazione del pronto soccorso). In ordine al reato di cui all'art. 574 c.p. irrilevante era che i minori fossero stati portati in (OMISSIS) con il consenso della madre, essendosi il soggiorno temporaneo presso i nonni trasformato in una sostanziale segregazione da quest'ultima.
2) Propone ricorso per cassazione A.H., a mezzo del difensore, per erronea interpretazione dei mezzi di prova, violazione dell'art. 192 c.p.p., contraddittorietà della motivazione.
I giudici di merito hanno fondato l'affermazione della penale responsabilità sostanzialmente sulle sole dichiarazioni di E. E. senza valutare se esse fossero spontanee, univoche e concordanti ex art. 192 c.p.p.. Eppure dagli atti emerge che le dichiarazioni accusatorie della predetta sono dettate da rancore ed odio derivante dalla presunta sottrazione dei minori e sono prive del requisito della spontaneità e del disinteresse.
Il reato di violenza sessuale, il sequestro di persona e la sottrazione di minori non sono confortati da elementi esterni, anzi sono smentiti dagli stessi. Le dichiarazioni dei testi, cui fa riferimento la Corte, possono soltanto confermare le lesioni corporee ma non certo gli altri reati.
La chiamata in reità formulata dalla parte offesa è nuda in quanto non confortata da indizi esterni ed oggettivi, per cui non può assurgere a mezzo di prova per affermare la responsabilità penale del ricorrente.
In ordine al reato di violenza sessuale la motivazione è illogica e contraddittoria in quanto confonde il concetto giuridico di nesso di causalità con l'elemento materiale del reato di cui all'art. 609 bis c.p.. Se non c'è la prova del reato di lesioni non c'è neppure la prova della violenza sessuale.
Chiede, pertanto, l'annullamento, con o senza rinvio, della sentenza impugnata.
3) Le censure sollevate dal ricorrente non tengono conto che il controllo demandato alla Corte di legittimità va esercitato sulla coordinazione delle proposizioni e dei passaggi attraverso i quali si sviluppa il tessuto argomentativo del provvedimento impugnato, senza alcuna possibilità di rivalutare in una diversa ottica, gli argomenti di cui il giudice di merito si è avvalso per sostanziare il suo convincimento o di verificare se i risultati dell'interpretazione delle prove siano effettivamente corrispondenti alle acquisizioni probatorie risultanti dagli atti del processo.
L'illogicità della motivazione, come vizio denunciarle, deve quindi essere evidente e tale da inficiare lo stesso percorso seguito dal giudice di merito per giungere alla decisione adottata.
Anche a seguito della modifica dell'art. 606 c.p.p., lett. e), con la L. n. 46 del 2006, il sindacato della Corte di Cassazione rimane di legittimità: la possibilità di desumere la mancanza, contraddittorietà o la manifesta illogicità della motivazione anche da "altri atti del processo specificamente indicati nei motivi di gravame", non attribuisce al giudice di legittimità il potere di riesaminare criticamente le risultanze istruttorie, ma solo quello di valutare la correttezza dell'iter argomentativo seguito dal giudice di merito e di procedere all'annullamento quando la prova non considerata o travisata incida, scardinandola, sulla motivazione censurata (cfr. Cass. pen. sez. 6 n. 752 del 18.12.2006).
Pur di fronte alla previsione di un allargamento dell'area entro la quale deve operare, non cambia la natura del sindacato di legittimità; è solo il controllo della motivazione che, dal testo del provvedimento, si estende anche ad altri atti del processo specificamente indicati.
Tale controllo, però, non può "mai comportare una rivisitazione dell'iter ricostruttivo del fatto, attraverso una nuova operazione di valutazione complessiva delle emergenze processuali, finalizzata ad individuare percorsi logici alternativi ed idonei ad inficiare il convincimento espresso dal giudice di merito" (così condivisibilmente Cass. pen. sez. 2 n. 23419/2007 - Vignaroli).
3.2) E' assolutamente pacifico che le dichiarazioni della persona offesa dal reato possano essere assunte quali fonti del convincimento senza necessità di riscontri esterni. Il giudice, tuttavia, non può sottrarsi ad un esame dell'attendibilità del dichiarante, che deve essere particolarmente rigoroso quando siano carenti dati oggettivi emergenti dagli atti, che confortino l'assunto accusatorio.
E' quindi necessario, stante l'interesse che ha la parte offesa verso l'esito del giudizio, vagliare le sue dichiarazioni con ogni cautela, compiendo un esame particolarmente rigoroso anche attraverso una conferma di altri elementi probatori.
I giudici di merito si sono attenuti a tali consolidati principi, adottando pronuncia di condanna dopo aver esaminato, anche richiamando la sentenza di primo grado, l'attendibilità intrinseca della parte offesa ed i numerosi riscontri che confermano, senza ombra di dubbio, la veridicità di dette dichiarazioni e quindi l'assunto accusatorio.
Con argomentazioni coerenti ed immuni da vizi logici hanno escluso, in particolare, che le dichiarazioni accusatorie fossero mosse da astio e rancore nei confronti del ricorrente, evidenziando come sia difficile pretendere da una persona vittima di reati, in particolare se gravi e tanto invasivi come nel caso di specie, di "mantenere sempre una calma olimpica salvo essere accusata di parlare per vendetta".
Ha, poi, la Corte territoriale esaminato i riscontri che confermano definitivamente l'attendibilità della persona offesa non solo in ordine alle lesioni ma anche relativamente agli altri reati ("della violenza sessuale subita parlò con l'amica L.G.V. che la vide piangente e impaurita").
Con argomentazioni altrettanto ineccepibili la Corte di merito ha confutato i rilievi difensivi, evidenziando come non vi sia assolutamente incompatibilità tra l'assoluzione per il reato di lesioni e la condanna per il reato di violenza sessuale.
Il ricorso va quindi dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonchè, in mancanza di elementi atti ad escludere la colpa nella determinazione della causa di inammissibilità, al versamento a favore della cassa delle ammende di sanzione pecuniaria che pare congruo determinare in Euro 1.000,00, ai sensi dell'art. 616 c.p.p..

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali ed al versamento della somma di Euro 1.000,00 in favore della cassa delle ammende.
Così deciso in Roma, il 23 ottobre 2008.
Depositato in Cancelleria il 20 novembre 2008




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