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le possibili varianti dell'ingiuria
 

articolo di

Valerio Silvetti

penalista in Roma

dello stesso autore in questo sito

intervista su: riabilitazione penale

 
Le varianti dell'ingiuria...dallo schiaffo agli spintoni passando per “scioccarellino” e facebook.
 
Il reato di ingiuria si concretizza, sempre, in una manifestazione di disprezzo.
Partendo da tale assunto e dal fatto che il suddetto disprezzo deve, codicisticamente parlando, ledere l’onore o il decoro della persona offesa, il confine tra il penalmente illecito e non, è molto sottile.
Questo spiega perché molto è rimesso alla discrezionalità dell’organo giudicante.
Pur essendo noto come nel reato in questione debbano necessariamente essere offesi l’onore (da intendersi le sole qualità morali della persona) e il decoro (riferito invece al valore sociale complessivo dell’individuo), è impossibile immaginare la creazione di una categoria chiusa, a sé stante e delimitata in modo da impedire di volta in volta l’ingresso di nuove fattispecie.
Dunque, l’idea di creare un catalogo di espressioni ritenute generalmente oltraggiose e definibili “ingiuriose” non è realizzabile.
Quanto detto trova una logica spiegazione nei motivi che seguono.
L’onore e il decoro di cui alla norma sono ovviamente espressioni il cui contenuto è definito o definibile, tuttavia ciò che rende ostativo una categorizzazione è la presenza di un contesto che fa da cornice alle singole fattispecie e che mutando di volta in volta necessita di essere considerato, valutato e rapportato alla singola vicenda.
Tale premessa è necessaria per approcciarsi in maniera adeguata alla pronunce che negli anni hanno affrontato il tema dell’ingiuria.
La Corte di Cassazione negli anni ottanta definiva il calcio, lo schiaffo e la spinta quali possibili fattispecie di ingiuria. Malgrado le suddette condotte si manifestino in un'azione violenta ed in un'energia fisica esercitata direttamente sulla persona, costituendo, nella generalità dei casi, il reato di percosse o di lesioni dolose, è comunque possibile, nei limiti che si diranno, parlare di ingiuria. Ciò sarà possibile qualora “l'intenzione dell'autore del fatto fu esclusivamente quella di arrecare un'offesa morale“ e “la violenza ebbe carattere solo apparente giacché la condotta dell'agente, diretta solo ad avvilire la vittima con un gesto di disprezzo, contenne tale gesto in misura così ben calcolata da evitarle qualunque sofferenza fisica anche di tenuissima entità” (cfr. Cass. Pen., Sez. V, sent. n. 800/1984) .
Al di là della singola azione (calcio, schiaffo e spinta) è il contesto a dover essere valutato.
Quale era la vera intenzione del reo? Arrecare un danno all’integrità fisica oppure produrre un’offesa alla personalità morale? Questo è l’iter logico seguito dai giudici.
In particolare, i giudicanti hanno escluso il delitto di percosse in merito allo schiaffo ravvisando all’opposto il delitto di ingiuria poiché “per l'atteggiamento assunto dal primo e soprattutto per il modo in cui il medesimo ha avvicinato la mano al viso dell'altro, risulti palese che si è voluto escludere la produzione di qualunque sofferenza fisica ed infliggere una sofferenza esclusivamente morale” (Cass. Pen., Sez. V, sent. n. 8617/1982).
Segue così il principio secondo cui “la percossa, al pari dello schiaffo, per poter presentare il carattere dell’ingiuria ex art. 594 c.p. deve essere espressione di una violenza puramente formale, di inavvertibile entità, che testimoni l’intento di evitare qualsiasi pur minima sofferenza alla parte offesa evidenziando, invece, l’esclusivo proposito di arrecare offesa morale”(cfr. Cass. Pen., Sez. V, sent. n. 1801/1985) .
Si parla dunque di azioni dirette solo ed esclusivamente “ad avvilire la vittima con un gesto di disprezzo” e “in misura così ben calcolata da evitarle qualunque sofferenza fisica anche di tenuissima entità” (Cass. Pen., Sez. V, sent. n. 800/1984) .
Oltre al compimento delle suddette azioni, l’ingiuria si manifesta altresì mediante talune espressioni. Anche per esse è la valutazione del contesto in cui pronunciate a delinearne una valenza penale o un significato di mera maleducazione.
A titolo esemplificativo il termine “vaffanculo”, pur essendo considerato espressione che ha ormai perso “la accezione offensiva per divenire solo sintomo di impoverimento del linguaggio e di maleducazione” (cfr. Cass. Pen., Sez. V, sent. n. 27966/2007) , è comunque idonea ad attaccare ed offendere l'onore e il decoro di una persona.
Questo accade qualora valutando  il “contesto in cui si inseriscono le espressioni citate” appaia evidente l’intento di arrecare un pregiudizio alla personalità morale dell’ingiuriato. Infatti, è “evidente che, se queste vengono pronunciate dall'interessato nei confronti di un'insegnante che fa un'osservazione o di un vigile che da una multa, esse assumono carattere di spregio; diversa e' la situazione se esse si collocano nel discorso che si svolge tra soggetti in posizione di parità ed in risposta a frasi che non postulano, per serietà ed importanza del loro contenuto, manifestazione di specifico rispetto” (cfr. Cass. Pen., Sez. V, sent. n. 30956/2010) .
Tuttavia, anche espressioni con un più evidente e modesto tenore linguistico possono concretizzare, in forza del contesto in cui si inseriscono, il reato di ingiuria.
Utilizzare espressioni come “non rompere le scatole” potrebbe condurre, per chi le ha pronunciate, ad una condanna ex art. 594 c.p.
Già diversi anni addietro la Corte di Cassazione aveva specificato che tale frase “per il suo significato manifestamente dispregiativo, ha un indubbio contenuto lesivo del decoro, anche perché  è notorio il suo riferimento allusivo agli organi genitali, cui la condotta dell`interlocutore arrecherebbe disturbo” (cfr. Cass. Pen., Sez. V, sent. n. 5708/1986).
Ancora, in una recentissima pronuncia (cfr. Cass. Pen., Sez. V, sent. n. 38297/2011) la Corte di Cassazione ha condannato una signora perché si è rivolta ad un bambino utilizzando un’espressione considerata da molti innocua quale quella di “scioccarellino”. Tuttavia, in conformità con quanto detto, è il contesto e l’intenzione ad essere oggetto di valutazione, ed il fatto che quella parola sia stata pronunciata alla presenza di altri bambini e durante l’attività ludica sembra aver reso doveroso tale pronunciamento.
Espressioni ben più forti sono state utilizzate dal soggetto condannato dal Tribunale di Monza, in riferimento alle offese ingiuriose che lo stesso avrebbe avanzato verso un proprio contatto (ex ragazza) e reso pubbliche tramite il social network più utilizzato, Facebook.  Anche in tal caso, valutando ogni aspetto all’uopo necessario, l’organo giudicante ha ritenuto sussistere i presupposti per l’applicazione delle sanzioni previste per l’ingiuria (cfr. Tribunale di Monza, Sez.IV, sent. n. 770/2010).  
Concludendo questa breve disamina delle possibili varianti lesive dell’onore e del decoro, ribadiamo il concetto secondo cui non è l’offesa in re ipsa a dover essere oggetto di valutazione in sede processale ma l’intero contesto in cui la medesima è stata pronunciata.
 
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