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licenziamento collettivo e individuale inammissibile la conversione
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Con la sentenza n 22167 del 29 10 2010, la Suprema Corte ha ribadito che il licenziamento collettivo non può essere convertito in licenziamento indivudale. Il problema che si poneva era quello se fosse applicabile, nella fattispecie scrutinata, il disposto di cui all'art. 1424 cc a mente del quale il contratto (o il negozio unilaterale) nullo si converte nel contratto (o negozio unilaterale) del quale possieda i requisiti di sostanza e di forma, se risulti che le parti (o la parte) avrebbero voluto il diverso contratto (o negozio unilaterale) se avessero conosciute le ragioni della nullità. E nella specie, secondo la Suprema Corte, manca proprio quell'analogia di sostanza e di forma atta a giustificare un'eventuale conversione del licenziamento collettivo nullo in licenziamento individuale valido. Quindi, ha affermato la Corte, il meccanismo di conversione del licenziamento per giusta causa in un licenziamento per giustificato motivo soggettivo, non è applicabile al caso del licenziamento collettivo del quale si richieda la conversione in licenziamento indivudale.

Cassazione civile  sez. lav. 29 ottobre 2010 n. 22167

Dopo l'entrata in vigore della l. n. 223 del 1991, il licenziamento collettivo costituisce un istituto autonomo, che si distingue radicalmente dal licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo, essendo caratterizzato in base alle dimensioni occupazionali dell'impresa (più di quindici dipendenti), al numero dei licenziamenti (almeno 5), all'arco temporale (120 giorni) entro cui sono effettuati i licenziamenti ed essendo strettamente collegato al controllo preventivo, sindacale e pubblico, dell'operazione imprenditoriale di ridimensionamento della struttura aziendale. Ne consegue che, essendo il licenziamento collettivo sottoposto a presupposti del tutto diversi da quelli propri del licenziamento individuale, non è ammissibile l'ipotesi di una "conversione" del licenziamento collettivo in licenziamento individuale.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

 

Con ricorso depositato in data 11 aprile 2000, G.V. conveniva dinanzi ai Tribunale di Napoli la s.p.a. Ferrovie dello Stato (poi Rete Ferroviaria Italiana s.p.a.) per sentir dichiarare la nullità del recesso intimatogli il 30 novembre 1998 ai sensi della L. n. 447 del 1997, art. 59. Previa costituzione ed opposizione della società convenuta, il Tribunale accoglieva la domanda attrice, rilevando che il datore di lavoro aveva proceduto ad un licenziamento collettivo per riduzione di personale sulla base del solo criterio dell'anzianità contributiva e quindi illegittimamente. Peraltro il Tribunale stesso constatava che il G. era nato il (OMISSIS) e compiva il (OMISSIS) anno il (OMISSIS); quindi liquidava il danno nella misura pari alla differenza tra le retribuzione globale di fatto e la pensione; disponeva la restituzione dell'indennità di preavviso e degli interessi su quanto percepito a titolo di buonuscita e trattamento di fine rapporto.
Proponeva appello il G. deducendo che il raggiungimento dell'età pensionabile non ostava alla sua reintegrazione nel posto di lavoro nè risarcimento del danno ai sensi della L. n. 300 del 1970, art. 18.
Il suddetto raggiungimento comportava che il datore di lavoro doveva procedere a nuova procedimento ad nutum.
La Corte d'appello di Napoli, in parziale riforma della sentenza di primo grado, dichiarava il diritto dell'attore a trattenere l'indennità di preavviso, il t.f.r. e l'indennità di buonuscita.
Confermava nel resto la sentenza appellata.
Essa osservava che:
- è indubbia la violazione posta in essere dalla società, la quale ha utilizzato come unico parametro del licenziamento l'anzianità contributiva ed anagrafica, senza riguardo alle esigenze tecniche e produttive;
- rimane peraltro valido il recesso sotto il profilo che la strategia aziendale era nel senso di recedere dal rapporto in considerazione dell'età del lavoratore, onde il licenziamento si converte ex art. 1424 c.c. in licenziamento individuale;
- pertanto, il recesso va considerato valido per la data del (OMISSIS), onde l'estromissione dal lavoro è illegittima limitatamente al periodo 30 novembre 1998-4 marzo 2000;
- le somme erogate a titolo di indennità di preavviso, t.f.r. e buonuscita debbono quindi considerarsi corrisposte anticipatamente in vista del recesso per raggiunti limiti di età.
Ha proposto ricorso per Cassazione G.V., deducendo tre motivi. Resiste con controricorso Rete Ferroviaria italiana, la quale propone ricorso incidentale affidato ad un motivo illustrato da memoria integrativa, il ricorso principale ed il ricorso incidentale, essendo stati proposti contro la medesima sentenza, vanno riuniti.
Ad esito della camera di consiglio il Presidente ha deciso di stendere la motivazione della sentenza.

MOTIVI DELLA DECISIONE


Col primo motivo del ricorso, il ricorrente deduce violazione di legge in ordine alla conversione del licenziamento. Sottolinea un errore di fatto nel quale è incorsa la Corte d'appello, perchè esso attore è nato il (OMISSIS) e quindi ha compiuto i (OMISSIS) anni il (OMISSIS). Una volta accertata l'illegittimità del licenziamento collettivo, non è data possibilità di conversione in licenziamento individuale.
Con il secondo motivo del ricorso, il ricorrente deduce ulteriore violazione di legge in ordine alla presunta automaticità della risoluzione del rapporto di lavoro. Rapporto che non cessa automaticamente al compimento del 65 anno di età, ma che deve essere risolto con ulteriore atto di recesso. Nel controricorso, non risulta che parte convenuta abbia contestato che la data di nascita del G. sia il (OMISSIS) e non il (OMISSIS). Nella memoria integrativa, essa si limita ad eccepire che trattasi di deduzione di fatto nuova ed inammissibile, ma sarà sufficiente considerare al riguardo che il compimento dell'età pensionabile è un requisito di validità del licenziamento ad nutum e va tenuta presente per relationem nella liquidazione del risarcimento del danno.
I due motivi del ricorso vanno accolti per quanto di ragione. E" vero che ai sensi dell'art. 1424 c.c. il contratto nullo (ovvero anche l'atto unilaterale) può convertirsi in un diverso contratto del quale abbia i requisiti di sostanza e di forma, ove risulti che le parti (o la parte) lo avrebbero posto in essere se ne avessero conosciuta la nullità. Orbene, un licenziamento collettivo per riduzione di personale ha requisiti di sostanza e di forma diversi dal licenziamento individuale: basti porre mente ai diversi adempimenti formali che sono richiesti per il licenziamento collettivo rispetto a quelli previsti per il licenziamento individuale. La giurisprudenza di questa Corte non ammette la possibilità di conversione del licenziamento collettivo in (una somma di) licenziamenti individuali, mentre ammette al più una possibilità di conversione del licenziamento per giusta causa in un licenziamento per giustificato motivo soggettivo, fermo restando che non è applicabile l'art. 1424 c.c., ma che il tutto si ricollega ad una diversa valutazione della gravità del comportamento del lavoratore (ex multis Cass. n. 17604 del 2007). Cass. n. 5794 del 2004 ha ritenuto che dopo l'entrata in vigore della L. n. 223 del 1991, il licenziamento collettivo costituisce un istituto autonomo, che sì distingue radicalmente dal licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo, essendo caratterizzato in base alle dimensioni occupazionali dell'impresa (più di quindici dipendenti), al numero dei licenziamenti (almeno 5), all'arco temporale (120 giorni) entro cui sono affermati i licenziamenti ed essendo strettamente collegato al controllo preventivo, sindacale e pubblico, dell'operazione imprenditoriale di ridimensionamento della struttura aziendale. Ne consegue che, essendo il licenziamento collettivo sottoposto a presupposti del tutto diversi da quelli propri del licenziamento individuale, non è ammissibile l'ipotesi di una "conversione" del licenziamento collettivo in licenziamento individuale (Conf. Cass. n. 25353 del 2009).
Fermo restando, dunque, che il recesso delle Ferrovie dello Stato intimato il 30 novembre 1998 è illegittimo, il problema è quello del risarcimento del danno, che il giudice di merito ha liquidato in misura pari alle retribuzioni percepibili fino a quando il datore di lavoro avrebbe potuto legittimamente esercitare il recesso. Non si tratta di disporre una reintegrazione che è divenuta impraticabile a causa del compimento della massima età di permanenza al lavoro, ma di liquidare un danno che va rapportato a quanto il lavoratore avrebbe potuto percepire se il licenziamento collettivo illegittimo non fosse stato posto in essere. Per tale via, e corretta in tal modo la motivazione della sentenza di merito, rimane il fatto che il datore di lavoro va condannato al pagamento della retribuzione globale di fatto dal 30 novembre 1998 e fino al compimento del 65 anno di età del lavoratore, con interessi legali dalle singole scadenze al saldo e con rivalutazione monetaria anno per anno sulla base degli indici ISTAT e del costo di vita. Con il terzo motivo del ricorso, il ricorrente deduce violazione di legge e omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione in fatto circa un punto decisivo della controversia, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 5, per quanto attiene alla detrazione della pensione dall'ammontare del risarcimento del danno.
Il motivo è fondato e va accolto, sia perchè quanto percepito dal lavoratore titolo diverso non può essere detratto dal quantum lucrari potuit di natura retributiva, sia perchè l'illegittimità del licenziamento fa venir meno il titolo per il percepimento della pensione. La giurisprudenza in punto di indetraibilità della pensione è costante, a partire dalla sentenza Cass. a Sezioni unite n. 12194 del 2002.
Con l'unico motivo del ricorso incidentale, la s.p.a. Rete Ferroviaria italiana deduce violazione e falsa applicazione, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 3, della L. n. 108 del 1990, art. 4, artt. 2118, 2120 e 2033 c.c., nonchè omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione in fatto circa un punto decisivo della controversia, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 5, perchè erroneamente la Corte d'appello ha sancito il diritto a ritenere l'indennità di mancato preavviso e ha escluso l'obbligo di restituzione degli interessi su t.f.r. e buonuscita.
Il motivo non può essere accolto. Dichiarato il diritto del lavoratore alla prosecuzione del rapporto fino al compimento dell'età massima, l'indennità di mancato preavviso del licenziamento e gli interessi suddetti, già corrisposti, vanno imputati all'ammontare del risarcimento del danno. La causa, non risultando necessari ulteriori accertamenti, può essere decisa nel merito mediante le statuizioni di cui al dispositivo. Giusti motivi, in relazione alla complessità delle questioni dibattute, all'incertezza obiettiva circa l'esito della lite al momento della proposizione del ricorso, consigliano la compensazione delle spese dell'intero processo.

P.Q.M.


La Corte riunisce i ricorsi, accoglie il ricorso principale e rigetta il ricorso incidentale; cassa la sentenza impugnata in relazione al ricorso accolto e, decidendo nel merito - condanna Rete Ferroviaria italiana al risarcimento del danno nella misura pari alle retribuzioni correnti, dal licenziamento fino al compimento del 65 anno di età del lavoratore; detratta l'indennità, già corrisposta, di mancato preavviso e gli interessi sul t.f.r.; - compensa le spese dell'intero processo.
Così deciso in Roma, il 6 luglio 2010.
Depositato in Cancelleria il 29 ottobre 2010

 

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