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procedimento disciplinare audizione senza avvocato
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L'art. 7 dello Statuto dei Lavoratori disegna nelle sue linee essenziali il procedimento disciplinare del cui rispetto il datore di lavoro è onerato ove intenda applicare, a carico del lavoratore, una sanzione più grave del rimprovero verbale. La norma prevede che la sanzione disciplinare debba essere preceduta da una contestazione e che la sua eventuale applicazione non possa intervenire prima del decorso del termine di cinque giorni dalla contestazione.
 
La norma prevede altresì la facoltà del lavoratore di chiedere di essere sentito a difesa, con l'eventuale assistenza di un rappresentante sindacale e il correlato obbligo da parte del datore di lavoro di darvi seguito.
 
Con riferimento al procedimento disciplinare di cui all'art. 7 dello Statuto si sono poste talune questioni in relazione alla richiesta di audizione personale ed alle conseguenze che la mancata audizione determina sulla validità del licenziamento o della sanzione conservativa eventualmente adottata. In particolare, la Suprema Corte, nel precisare che l'audizione è strumento essenziale della difesa del lavoratore ha più volte avuto modo di precisare che la presentazione di giustificazioni scritte, ritenute inadeguate, da parte del lavoratore non esime il datore dal procedere all'audizione personale ove sia stata formulata una specifica richiesta in tal senso. Solo in talune sporadiche pronunce, la Suprema Corte ha ritenuto che la mancata audizione personale non comporti l'illegittimità del procedimento disciplinare allorchè abbia acclarato la inequivocabile strumentalità della richiesta in considerazione dell'esaustività delle giustificazioni scritte.

La sentenza in esame ha ribadito tutti i consolidati principi espressi dalla Suprema Corte in ordine all'essenzialità dell'audizione personale del lavoratore nell'ambito di un procedimento disciplinare che aveva condotto al licenziamento del lavoratore. Nel caso di specie il lavoratore aveva richiesto di essere sentito personalemnte dopo aver presentato le sue giustificazioni scritte e con l'assistenza del proprio avvocato.
La Suprema Corte ha, sul punto allineandosi a quanto già affermato con numerose pronunce, ribadito che la facoltà di cui all'art. 7 dello Statuto non include il diritto alla difesa tecnica da parte di legali di fiducia e, tuttavia, ha precisato che, al di là dell'eventuale richiesta esorbitante del lavoratore dall'ambito della tutela di cui all'art. 7, parte datoriale avrebbe pur sempre dovuto dare seguito alla richiesta di audizione personale del lavoratore, pena l'illegittimità dell'intero procedimento disciplinare esitato nel licenziamento.
 
 
Cassazione civile  Sez. lav.  11 dicembre 2009 n. 26023

La disposizione dell'art. 7 St. lav. impone al datore di lavoro l'audizione orale del dipendente non come dovere autonomo di convocazione del dipendente, ma come obbligo correlato alla manifestazione tempestiva della volontà del lavoratore di essere sentito di persona. La circostanza che tale volontà sia dal lavoratore accompagnata dalla richiesta di una garanzia difensiva non consentita (nella specie: assistenza di un legale), non esclude l'obbligo del datore di sentirlo nei limiti e con le garanzie difensive offerte dalla norma di legge, atteso che detto art. 7 subordina in maniera rigorosa l'irrogazione della sanzione all'audizione, ove richiesta.
 

Omissis. — An. Fr. impugnava dinanzi al giudice del lavoro di Isernia il licenziamento disciplinare irrogatogli dalla Pr. SS. s.r.l., presso la quale aveva svolto mansioni di (OMESSO) del dipartimento qualità. Il Tribunale dichiarava illegittimo il recesso in quanto non preceduto dalla audizione dell'incolpato, secondo la richiesta dallo stesso avanzata.
Proponeva appello la soc. Pr. SS. sostenendo che l'incolpato aveva condizionato l'audizione alla presenza di un rappresentante sindacale e di uri legale di fiducia e che, in ogni caso, il dipendente aveva già presentato le proprie giustificazioni scritte. La Corte di appello di Campobasso con sentenza 2.5-30.7.07 rigettava l'impugnazione, rilevando che il datore aveva l'obbligo di procedere all'audizione del dipendente e che, in ogni caso, lo stesso non aveva avuto potuto esplicitare per intero la sua difesa per iscritto essendosi limitato solo ad una generica negazione degli addebiti, facendo rinvio all'audizione per le ulteriori precisazioni.
Proponeva ricorso la soc. Pr. SS. deducendo violazione: 1) dell'articolo 7, commi 2 e 3, statuto lavoratori con riferimento alla pretesa di farsi assistere dal legale durante l'audizione, con il quesito: il lavoratore non può chiedere di essere sentito a difesa con l'assistenza, oltre che del rappresentante sindacale, anche del legale di fiducia e, pertanto, tale richiesta non obbliga il datore a convocarlo; 2) delle stesse norme e carenza di motivazione, con il quesito: il datore, dopo la contestazione dell'addebito, non ha l'obbligo di sentire a voce il dipendente se questi si sia già esaustivamente difeso per iscritto. — Omissis.
Il dipendente si difendeva con controricorso. — Omissis.
Il ricorso non è fondato.
Quanto al primo motivo, il consigliere relatore ha sottoposto al Collegio la giurisprudenza di questa Corte secondo cui nel sistema della Legge n. 300 del 1970, art. 7 il diritto di difesa è garantito al lavoratore dalla contestazione dell'addebito, dal diritto che egli ha di essere sentito e dalla necessità di attendere cinque giorni prima che il datore possa dar luogo a sanzioni più gravi del rimprovero verbale, nonché anche dall'assistenza di un rappresentante sindacale, riconosciuta dalla legge al fine di assicurare al lavoratore una migliore tutela, dovendosi invece escludere la facoltà per quest'ultimo di farsi assistere da un legale, non essendovi nella legge alcun riferimento all'assistenza cosiddetta tecnica, che è normalmente prevista nell'ordinamento solo in giudizio (articolo 24 Cost., comma 2) e può essere riconosciuta o meno a) di fuori di tale ipotesi in base a valutazione discrezionale del legislatore (Cass. 17 marzo 2008 n. 7153).
Considerato che il datore non ha un obbligo di convocazione del lavoratore e che è tenuto solo a procedere all'audizione ove questi ne faccia richiesta (v. per tutte Cass. 4.3.04 n. 4435 e 1.9.03 n. 12735) (ovviamente non superando i limiti consentiti dalla legge), nella specie è sottoposta al Collegio la questione se, alla luce di tali principi, non fosse corretta la non convocazione del dipendente e, conseguentemente, fosse legittimo il recesso.
Rileva il Collegio che la disposizione dell'articolo 7 dello statuto dei lavoratori — per il quale “il datore di lavoro non può adottare alcun provvedimento disciplinare nei confronti del lavoratore senza avergli preventivamente contestato l'addebito e senza averlo sentito a sua difesa” (comma 2) — impone al datore di lavoro l'audizione orale del dipendente non come dovere autonomo di convocazione del dipendente, ma come obbligo correlato alla manifestazione tempestiva della volontà del lavoratore di essere sentito di persona. La circostanza che tale volontà sia dal lavoratore accompagnata da una richiesta di una garanzia difensiva non consentita, non esclude che venga meno l'obbligo di convocazione onde l'audizione si svolga nei limiti e con le garanzie difensive offerte dalla norma di legge, atteso che detto articolo 7 subordina in maniera rigorosa l'irrogazione della sanzione all'audizione (ove richiesta), in altre parole, di fronte alla richiesta del suo dipendente, sarebbe stato onere del datore quello di procedere alla convocazione con la precisazione che l'audizione sarebbe stata consentita alla presenza del solo rappresentante dell'associazione sindacale (come consentito dall'articolo 7, successivo comma 3) e non anche del difensore di fiducia.
Per completezza, e a prescindere da quanto verrà detto in seguito a proposito del secondo motivo di impugnazione, va precisato che detto rigore normativo a maggior ragione esclude che il datore possa arrogarsi un potere discrezionale in punto di formale convocazione in forza di una supposta esaustività di altre forme di difesa scritte ed orali.
In conclusione, ritiene il Collegio che debba ritenersi infondato il primo motivo, avendo il giudice di merito con accertamento di fatto non contestato accertato che il datore — nonostante la formale richiesta di audizione — non ha mai convocato il lavoratore ed ha irrogato il licenziamento senza aver ascoltato il dipendente.
Il secondo motivo è inammissibile, atteso che il quesito formulato ex art. 366 bis c.p.c. sottopone al Collegio un inammissibile giudizio di fatto, quale quello della esaustività della difesa svolta per iscritto dal lavoratore all'atto della risposta alla contestazione del datore di lavoro. — Omissis.
Il ricorso è, dunque, infondato e deve essere rigettato. — Omissis.



Il diritto di prelazione è una situazione giuridica soggettiva di vantaggio che consiste nella pretesa ad essere preferiti nella stipulazione di un determinato contratto ove il concedente si determini alla conclusione del contratto stesso. Il diritto di prelazione viene, dunque, concesso prima della stipulazione del contratto in vista di una futura e solo eventuale stipulazione. Corollario tecnico per la concreta operatività del diritto di prelazione è l'obbligo per il concedente di procedere, nei confronti del prelazionario, con la denuntiatio, con la comunicazione, cioè, della volontà di concludere il contratto e delle relative condizioni. Il prelazionario, ricevuta la denuntiatio, può scegliere se avvalersi del diritto di prelazione e concludere il contratto o se rinunziarvi lasciando il concedente libero di stipulare con altri. Si discute, al riguardo, se la denuntiatio sia da considerare già una proposta contrattuale (con i conseguenti oneri formali) soggetta ad accettazione diretta da parte del prelazionario che potrà, così, concludere immediatamente il contratto ovvero se configuri un semplice invito ad offrire (senza obbligo di rispetto di oneri formali) con la conseguenza che la scelta del prelazionario di avvalersi del diritto di prelazione potrà, al più, configurare una proposta contrattuale.
Con riferimento alle conseguenze della mancata denuntiatio e della conclusione del contratto con un soggetto terzo in violazione del diritto di prelazione, la giurisprudenza ritiene che non sussista, in difetto di espressa diversa previsione normativa, un dirtto di subentrare nel contratto stipulato con il terzo (cd diritto di retratto previsto, ad esempio, in caso di cessione della quota ereditaria, in materia di locazione di immobili adibiti ad uso diverso dall'abitativo, in materia di impresa di famiglia e nell'ambito dei contratti agrari). In difetto di un'esplicita previsione di legge, dunque, il prelazionario potrà avanzare domanda di risarcimento del danno per inadempimento contrattuale nei confronti del concedente e, secondo l'opinione prevalente, contestuale domdanda di risarcimento del danno per illecito aquiliano nei confronti del terzo che abbia concorso nell'inadempimento del concedente. 


Cassazione civile  sez. III 30 novembre 2005 n. 26079

In tema di prelazione agraria, la comunicazione, al coltivatore o al confinante del fondo in vendita, della proposta di alienazione di questo, da parte del proprietario venditore, deve avvenire a pena di nullità con la forma scritta ad substantiam e non è, pertanto, idonea allo scopo una denuntiatio in qualsiasi altro modo, anche verbale, atteso che questa non va considerata solo come atto negoziale ma anche preparatoria di una fattispecie traslativa avente a oggetto un bene immobile.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con citazione del gennaio 1992 P.G. e C.N. esponevano di essere proprietari dal 1979 e coltivatori diretti di un fondo rustico con annesso fabbricato in agro di Trebaseleghe, confinante con un fondo appartenente a V.M. che questi con rogito del 24. 5. 1991 aveva venduto a L.S. per il prezzo di L. 26. 000. 000, senza avere comunicato ad essi attori il preliminare di vendita ai fini dell'esercizio del diritto di prelazione loro spettante: ciò premesso, convenivano dinanzi al Tribunale di Padova il V. ed il L. per il riscatto del fondo compravenduto.
I convenuti si costituivano in giudizio, deducendo che gli attori non possedevano i requisiti di legge per l'esercizio del diritto di prelazione e, in particolare, che non erano coltivatori diretti.
Il L. peraltro, chiedeva la condanna del V. a sollevarlo da ogni richiesta attorea che venisse accolta, in forza della garanzia assunta dal V. nell'atto di vendita.
Il Tribunale con sentenza del 22. 7. 1998 accoglieva la domanda di riscatto; condannava il L. a pagare agli attori la somma di L. 12. 000. 000, determinata equitativamente, per i frutti percepiti; rigettava ogni altra domanda delle parti.
Proponeva appello il L..
Si costituivano P. e C., che chiedevano il rigetto del gravame ed avanzavano inoltre domanda di indennizzo dei frutti successivi alla sentenza impugnata.
Si costituiva altresì il V., il quale si rimetteva al giudizio della Corte in ordine alla domanda di riscatto e, deducendo che il L. aveva proposto domande nuove nei suoi confronti, ne eccepiva l'inammissibilità.
La Corte d'appello di Venezia con sentenza 18. 10. 2004 rigettava l'appello, nonché la domanda come sopra spiegata dagli appellati P. e C., confermando integralmente la decisione impugnata.
Avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione L.S. in base a sei motivi e depositato memoria. Hanno resistito con controricorso e memoria P.G. e C.N. Ha pure resistito V.M. con controricorso.
(Torna su   ) Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE
1. Con il primo motivo, dedotto per violazione e falsa applicazione degli artt. 8 l. n. 590/1965 e 7 l. n. 817/1971 nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, il ricorrente si duole per non essere stata considerata valida, ai fini della decorrenza del termine per l'esercizio del diritto di prelazione, la comunicazione della proposta di alienazione fatta verbalmente al proprietario del fondo confinante con quello oggetto della progettata vendita.
1. 1. Con il secondo motivo, in relazione, altresì, agli artt. 8 e 7 citt. e a vizi di motivazione, il ricorrente lamenta la mancata ammissione dei mezzi istruttori richiesti, che avrebbero confermato l'avvenuta notifica orale ai P. e C. del preliminare stipulato tra esso L. e il V.
2. I due motivi, che sono esaminati assieme perché connessi, non possono trovare accoglimento.
2. 1. Il Collegio non ignora il recente diverso indirizzo di questa Corte, per il quale la comunicazione ("notifica") al coltivatore o al confinante della proposta di alienazione del fondo ai fini della prelazione di cui all'art. 8 l. 590/65 e all'art. 7 l. 817/71 non è imposta a pena di nullità, per cui la comunicazione stessa può essere effettuata dal proprietario venditore in qualsiasi modo, anche verbalmente (v., tra le altre, Cass. n. 1443/2000, in motivazione), ma ritiene, tuttavia, di dover confermare il primitivo indirizzo (v. Cass. n. 5568/1983, n. 8485/1987, n. 10429/1991), implicante la necessità della forma scritta della comunicazione della proposta di vendita (cd. denuntiatio), al quale si è attenuta la sentenza impugnata.
2. 2. La tesi invero della natura non negoziale della denuntiatio, seguita dal nuovo indirizzo giurisprudenziale, non è conciliabile con la lettera della legge, che non può essere del tutto trascurata, essa prevedendo, infatti, all'art. 8 comma 4°, espressamente a carico dell'alienante l'obbligo di notificare una "proposta", intesa come proposta contrattuale, posto che l'incontro dei consensi del proprietario venditore e del coltivatore determina (come finisce, del resto, per ammettere lo stesso diverso indirizzo) la conclusione del contratto.
La configurazione della denuntiatio come proposta contrattuale ex art. 1326 c.c. si riflette, conseguentemente, sul piano della forma.
Ora, come è stato evidenziato in dottrina, se è vero che nel nostro ordinamento vige il principio della libertà della forma come espressione dell'autonomia negoziale la quale consente al soggetto di emettere la dichiarazione di volontà secondo le modalità che preferisce, è ancor vero che il codice, nell'affermare che la forma è un requisito del negozio "quando risulta che è prescritta dalla legge sotto pena di nullità" (art. 1325 c.c.), si riferisce non alla forma in senso generale ma a quella forma per così dire speciale che la legge impone per alcuni negozi, quali "i contratti che trasferiscono la proprietà di beni immobili", per i quali l'art. 1350, comma 1°, n. 1, c.c. richiede l'atto pubblico o la scrittura privata ad substantiam.
Sicché, se si considera la denuntiatio non solo come atto negoziale ma anche come atto preparatorio di una fattispecie traslativa avente ad oggetto un bene immobile, cioè il fondo, ne deriva che tale comunicazione deve necessariamente rivestire, in applicazione dell'art. 1350 c.c., la forma scritta ad substantiam, con inevitabili riflessi sul piano probatorio, non essendo, per questo, consentita la prova testimoniale, ex art. 2725 c.c.
2. 2. 1. La riconduzione della denuntiatio alla forma scritta, d'altronde, assolve, come sottolineatosi, ad esigenze di tutela e di certezza, nel senso che rende certa l'effettiva esistenza di un terzo acquirente, evitando che la prelazione possa essere utilizzata per fini speculativi in danno del titolare del diritto; assicura, a sua volta, al terzo acquirente, in caso di mancato esercizio della prelazione nello spatium deliberandi a disposizione del coltivatore, la certezza della compravendita stipulata con il proprietario, sottraendo l'acquirente al pericolo di essere assoggettato al retratto esercitato dal coltivatore pretermesso; garantisce infine il coltivatore in ordine alla sussistenza di condizioni della vendita più favorevoli stabilite dal proprietario promittente venditore e dal terzo promissario acquirente.
3. Con il terzo motivo, dedotto per violazione e falsa applicazione delle norme di cui agli artt. 2725, 2730 e ss., 2739 c.c., 8 l. 590/65 e 7 l. 817/71 e vizi di motivazione, assume, inoltre, il ricorrente che, comunque, controparte ha manifestato la rinuncia alla prelazione.
3. 1. Il motivo non è fondato.
3. 2. Prescindendo dal rilievo (in quanto effettuata verbalmente) che la rinuncia deve rivestire la forma scritta, essendo il diritto di prelazione rivolto al trasferimento della proprietà di un bene immobile (Cass. n. 3241/1995, n. 3313/1996, n. 3166/2003), rileva invece osservare che il motivo è da disattendere, per quanto più interessa, dal momento che in questo caso non c'è stata una valida denuntiatio e, di conseguenza, l'insorgere del diritto di prelazione, potendo infatti aversi una valida rinuncia solo quando il coltivatore abbia avuto rituale conoscenza della vendita decisa dal proprietario, onde essere posto in grado di valutare tutti gli aspetti positivi e negativi della sua scelta, e quindi effettuare una consapevole rinuncia (v., in questi sensi, soprattutto Cass. n. 872/1991).
4. Con un quarto motivo, poi, il ricorrente assume l'erronea valutazione delle prove testimoniali e della CTU circa la sussistenza dei requisiti soggettivi in capo ai riscattanti e di un'azienda agricola, intesa come bene produttivo, sul fondo medesimo.
4. 1. Anche tale motivo è da disattendere.
4. 2. Esso infatti involge valutazioni di merito precluse a questo giudice.
I giudici a quibus, con accertamento di fatto sufficientemente e correttamente motivato, hanno, dall'altro, ritenuto sussistenti i presupposti soggettivi in capo ai riscattanti, evidenziando l'attività coltivatrice diretta di P. e C. in relazione al tipo di coltura praticata nel proprio fondo. Né il fatto che nella specie venisse in rilievo un'agricoltura modesta o una dimensione aziendale esigua poteva, d'altro canto, costituire elemento ostativo all'esercizio del riscatto.
5. Con il quinto motivo, a sua volta, il ricorrente censura la sentenza impugnata nella parte relativa alla conferma della sua condanna al pagamento della somma, determinata equitativamente, di L. 12. 000. 000 "quale indennità per frutti percepiti".
5. 1. Questo motivo è fondato.
5. 2. La maturazione di un credito per i frutti - posto che in tema di riscatto [come in tema di prelazione ai fini della produzione dell'effetto traslativo della proprietà del fondo] l'acquisto diretto da parte del retraente del fondo dal proprietario venditore è sottoposto alla condizione sospensiva del pagamento del prezzo - si determina, infatti, in virtù dell'applicabilità dell'art. 1361 c.c., solo al momento dell'avveramento della condizione sospensiva del pagamento del prezzo, in quanto spetta all'acquirente il diritto di compiere atti di amministrazione in pendenza della condizione stessa.
La semplice dichiarazione di voler esercitare il riscatto non fa invero acquistare al retraente il diritto di entrare nel godimento del fondo oggetto della dichiarazione stessa o di farne propri i frutti, prima del pagamento del prezzo.
Qualora, pertanto, in forza dell'atto di compravendita l'acquirente sia stato immesso nel possesso del fondo, non esiste titolo, in capo al retraente, di pretendere, nei confronti dell'acquirente, i frutti da quest'ultimo raccolti in epoca anteriore al pagamento del prezzo (v., in tali sensi, Cass. n. 15531/2000, specie in motivazione).
6. Con il sesto motivo, incentrato sulla violazione e falsa applicazione di norme di diritto (artt. 8 e 7 citt., 1479, 1483 c.c., 345 c.p.c.) e vizi di motivazione, il ricorrente infine si duole della ritenuta inammissibilità per contrasto con l'art. 345 c.p.c. della quantificazione dei danni subiti, in quanto operata solo in appello.
6. 1. Pure questo motivo è fondato.
6. 2. Precisato, in primo luogo, che l'odierno ricorrente aveva chiesto di essere manlevato dal proprietario venditore, ovverosia di essere tenuto indenne dai danni che eventualmente avesse dovuto subire dall'accoglimento della domanda di riscatto, si osserva, dunque, che la mera indicazione e specificazione dei danni conseguenti, fatta in appello dal medesimo L., non comportava una mutatio libelli, ma unicamente una emandatio libelli, rispetto alla medesima causa petendi. Ed invero, come rilevato da questa Corte, la diversa quantificazione della pretesa (nella specie si trattava di ratei pensionistici per un periodo ulteriore rispetto a quello di primo grado), fermi i fatti costitutivi di essa, non comporta prospettazione di una nuova causa petendi in aggiunta a quella dedotta in primo grado e, pertanto, non dà luogo ad una domanda nuova, inammissibile in appello ai sensi dell'art. 345 [e dell'art. 437 c.p.c.] .
La domanda del L., sotto il profilo della non novità, andava perciò esaminata.
7. Il quinto ed il sesto motivo del ricorso devono essere, quindi, accolti e rigettati il primo, secondo, terzo e quarto dello stesso. In conseguenza la sentenza impugnata va cassata in relazione con rinvio, anche in ordine alle spese del presente giudizio di legittimità, ad altra Sezione della Corte d'appello di Venezia.

P.Q.M.

LA CORTE accoglie il quinto ed il sesto motivo di ricorso e rigetta gli altri. Cassa in relazione e rinvia, anche per le spese del giudizio di Cassazione, ad altra Sezione della Corte di Appello di Venezia.
Così deciso, il 23. 9. 2005
DEPOSITATA IN CANCELLERIA IL 30 NOV. 2005
 




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