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rapina impropria: senza sottrazione niente tentativo!
Approfondimenti in tema di rapina impropria, il contrasto di giurisprudenza in merito alla configurabilità del tentativo di rapina impropria in assenza della sottrazione della cosa
 
Una questione che ha interessato la giurisprudenza e che non pare aver trovato un univoco approdo ermeneutico è quello della qualificazione giuridica del fatto di chi, nel tentativo di perpetrare un furto, dopo avervi desistito e, quindi, senza aver "consumato" la sottrazione, al fine di guadagnare l'impunità, eserciti violenza su cose e persone o minacci queste ultime.
 
Gli indirizzi giurisprudenziali che si contendono il campo sono due; secondo il primo, maggioritario ma più risalente, il fatto descritto integrerebbe un tentativo di rapina impropria. Secondo l'indirizzo minoritario ma più recente si verserebbe in un'ipotesi di tentativo di furto in concorso con lo specifico reato di minacce, lesioni o percosse che risulti integrato al fine di guadagnare l'impunità.
 
L'orientamento che propende per la configurabilità del tentativo di rapina impropria argomenta dall'autonomia della fattispecie della rapina impropria di cui al secondo comma dell'art. 628 cp rispetto alla fattispecie della rapina propria. Posta la distinzione tra le due ipotesi di reati, da individuarsi nella funzionalità della violenza e minaccia all'impossessamento nella rapina propria ed al conseguimento del profitto o dell'impunità nella rapina impropria, la tesi favorevole alla configurabilità del tentativo di rapina impropria ritiene che l'essenza della fattispecie di cui al secondo comma dell'art. 628 cp sia il legame temporale tra l'atto violento e la minaccia e il precedente atto di sottrazione della cosa (o di tentata sottrazione).
 
Ciò posto, argomenta questa giurisprudenza, è ben possibile che si realizzi un tentativo di sottrazione e la minaccia o la violenza volta al conseguimento dell'impunità e/o del definitivo impossessamento senza che ciò recida l'unità della fattispecie complessa di cui al secondo comma dell'art. 628 cp (cfr Cass Pen sez. II 10 novembre 2006 n. 40156 "Al riguardo occorre muovere dalla considerazione che il delitto di rapina impropria si configura come fattispecie autonoma rispetto al modello descritto nell'art. 628 cod. pen., comma 1, pur mantenendo l'intera gamma degli elementi che valgono a qualificare ed integrare la fattispecie criminosa ivi descritta. La norma incriminatrice recita, infatti, così: "alla stessa pena (prevista per la rapina, cd. propria) soggiace chi adopera violenza o minaccia immediatamente dopo la sottrazione, per assicurare a sè o ad altri il possesso della cosa sottratta, o per procurare a sè od altri l'impunità". Il che significa, da un lato, che la rapina impropria concreta una fattispecie criminosa complessa, di cui costituiscono elementi indefettibili (al pari di quella cd. propria) l'impossessamento, la violenza ovvero la minaccia e, dall'altro, che la seconda delle due azioni, necessarie ad integrare la complessiva condotta incriminata (e, cioè, la violenza o la minaccia) deve essere commessa in alternativa per assicurare l'evento patrimoniale cui è diretta la prima ovvero per procurare l'impunità per quanto già commesso. In sostanza l'unico evento giuridico del reato complesso è sempre di natura patrimoniale; mentre ciò che caratterizza la rapina impropria, distinguendola da quella propria, è la consecuzione di immediatezza dell'azione violenta, la quale è connessa alla condotta di sottrazione in sè considerata, e non all'evento dell'impossessamento che ad essa consegue, che ne costituisce in alternativa un fine. Dal che consegue l'assorbimento dell'offesa alla persona, cagionato con la condotta violenta, esattamente come nel caso della rapina propria (e perciò anche l'autonoma punibilità dell'evento più grave o progressivo, quale ad es. quello di lesione, che risultasse prodotto). "La violenza successiva all'impossessamento non sta, dunque, a rappresentare, in questa prospettiva, un concetto di esaurimento consumativo del primo momento in cui si articola la condotta criminosa, ma intende normativamente sottolineare esclusivamente il profilo cronologico e funzionale che colloca quella condotta come un prius rispetto all'altra, lasciando ovviamente inalterata l'applicabilità, a quella stessa condotta, degli ordinari principi in tema di tentativo" (così, Cass. Sez. 2^, 30 gennaio 2004, n. 9262 in motivazione). Così precisati i contenuti della fattispecie criminosa, coniugando la norma all'esame con la norma generale di cui all'art. 56 c.p., la quale tutela la messa in pericolo del bene protetto, ancorchè l'azione non sia stata completata, non può escludersi che l'una o l'altra delle due azioni in cui si articola la condotta criminosa possa presentarsi in astratto nella forma del tentativo. In particolare, una volta ammesso il tentativo con riferimento alla fase dell'impossessamento, ne deriva, a parere di questo Collegio, che la successiva violenza esercitata per procurarsi l'impunità, resta strumentale all'azione sottrattiva e in essa assorbita, dando luogo al tentativo di rapina impropria (a sua volta, figura autonoma di reato), non essendovi alcuna ragione di scomporre il reato complesso in due autonome figure di tentato furto e di violenza o minaccia, per il sol fatto che la prima delle due condotte tipiche è rimasta allo stadio del tentativo".

L'orientamento che nega la configurabilità del tentativo di rapina impropria e ritiene al contrario il concorso materiale tra il tentativo di furto e il reato di violenza e minaccia muove dal tenore letterale dell'art. 628 cp. che: " appare, in verità, perspicuo ed insuscettivo di equivoci, a meno che la lettura non sia condizionata, come si è detto, da aprioristiche opzioni teoriche. Ed infatti, dal testo della norma racchiusa nell'art. 628 c.p., comma 2, risulta, chiaramente, che alla stessa pena soggiace chi adopera violenza o minaccia immediatamente dopo la sottrazione, per assicurare a sè o ad altri il possesso della cosa sottratta, o per procurare a sè o ad altri l'impunità. La norma descrive, dunque, uno ben preciso sviluppo dinamico dell'azione delittuosa, delineando una fattispecie, per così dire, a formazione progressiva, in cui la sottrazione deve essere anteriore alla violenza, la quale, a sua volta, deve essere funzionale ad assicurare l'impossessamento o l'impunità. E', altresì, chiaro che impossessamento e sottrazione rappresentano, nella costruzione del reato, situazioni tutt'altro che coincidenti, ma concettualmente - ed ontologicamente - distinte. La sottrazione consiste, infatti, nell'apprensione materiale o nell'asportazione della cosa; l'impossessamento è, invece, l'acquisizione della cosa sottratta alla sfera giuridica di dominio od autonoma disponibilità dell'autore. Il tentativo di rapina impropria postula, a giudizio della Corte, che la sottrazione si sia realizzata e che la minaccia o violenza sia diretta all'impossessamento, non verificatosi per la reazione della persona offesa o per l'intervento di fattori esterni interruttivi dell'azione criminosa. Di guisa che, come sottolineato da autorevole dottrina, il ladro che, scoperto prima della consumazione del furto, faccia uso di violenza per mettersi in salvo, non commette tentativo di rapina impropria, non avendo ancora sottratto la cosa, bensì furto tentato in concorso con minacce o percosse od altro reato avente come elemento costitutivo la violenza o la minaccia" (Cassazione penale  sez. V 13 aprile 2007 n. 32551). In altre parole, avuto riguardo al tenore letterale della norma, non può configurarsi il tentativo di rapina impropria se ancora non vi sia stata la sottrazione della cosa o se vi sia stata desistenza prima dell'esercizio dell'azione violenta o della minaccia che risulti dunque perpetrata non ai fini dell'impossessamento ma solo per garantirsi l'impunità.



Cassazione penale  sez. VI 10 dicembre 2008 n. 4264

Ritiene infatti la Corte, aderendo ad un condivisibile orientamento giurisprudenziale, che in tema di rapina impropria, posto che l'art. 628 c.p., comma 2 esige che la violenza o la minaccia siano adoperate "immediatamente dopo la sottrazione" ed al fine di conseguire, proprio mediante il loro impiego, il possesso, non ancora conseguito, della cosa sottratta ovvero l'impunità, deve ritenersi che non sia configurarle il tentativo di rapina impropria, ma sussistano invece sia il reato di tentato furto sia quello (di resistenza, minaccia, percosse, lesioni o altro) cui la condotta violenta o minacciosa abbia dato luogo, qualora tale condotta - come nella specie - sia posta in essere senza che la sottrazione sia stata previamente realizzata (Cass. Pen. sez. 5, 32551/2007, Rv. 236969 Mekhatria, sez. 6, c.c. 27 novembre 2008 Strzezek).


Cassazione penale  sez. VI 30 ottobre 2008 n. 43773

Non è configurabile il tentativo di rapina impropria quando la condotta di sottrazione della cosa non venga completata, dovendovi invece ritenere integrato il tentativo di furto , oltre che altro autonomo reato che abbia come elemento costitutivo la violenza o la minaccia.





Cassazione penale  sez. V 13 aprile 2007 n. 32551



In tema di rapina impropria, postulando l'art. 628, comma 2, c.p., che la violenza o la minaccia siano adoperate "immediatamente dopo la sottrazione" ed al fine di conseguire, proprio mediante il loro impiego, il possesso, non ancora conseguito, della cosa sottratta ovvero l'impunità, deve ritenersi che non sia configurabile il tentativo di rapina impropria, ma sussistano invece il reato di tentato furto e quello (minaccia, percosse, lesioni o altro) cui la condotta violenta o minacciosa abbia dato luogo, qualora tale condotta sia posta in essere senza che la sottrazione sia stata previamente realizzata.
 

contra
 
 
Cassazione penale  sez. II 10 novembre 2006 n. 40156


È configurabile il tentativo di rapina impropria nel caso di violenza o minaccia che non faccia seguito al conseguito impossessamento della res, atteso che nella fattispecie complessa della rapina impropria la violenza o minaccia può essere alternativamente finalizzata o all'assicurazione del profitto o al conseguimento dell'impunità per quanto già commesso, di tal che, una volta ammesso il tentativo con riguardo alla fase dell'impossessamento, ne deriva che la successiva condotta violenta o minacciosa resta strumentale all'azione sottrattiva ed in essa assorbita, sì da dar luogo appunto alla suddetta figura del tentativo di rapina impropria.
 
 
Cassazione penale  sez. V 13 aprile 2007 n. 32551
 
 
 
MOTIVI DELLA DECISIONE

1. - Con unico motivo d'impugnazione, il P.G. ricorrente lamenta erronea applicazione della Legge Penale, ai sensi dell'art. 606 c.p.p., lett. b), in relazione all'art. 56, e art. 628 c.p., commi 1 e 2. In particolare, si duole che, in merito alla questione della configurabilità del tentativo di rapina impropria, il giudicante abbia aderito all'orientamento giurisprudenziale minoritario che pone l'accento sulla necessaria posteriorità della violenza rispetto alla sottrazione. Ad avviso del ricorrente, avrebbe dovuto essere seguita, invece, l'interpretazione giurisprudenziale di gran lunga maggioritaria, che, con riferimento alla problematica anzidetta, ritiene sussistere il tentativo di rapina impropria qualora, nel corso degli atti esecutivi, e prima della sottrazione o dell'impossessamento della cosa altrui, l'autore usi violenza contro la persona per assicurarsi l'impunità.
2. - Il ricorso in esame sottopone al giudizio della Corte la vexata quaestio dei termini di configurabilità del tentativo di rapina impropria. Come è noto, il quesito interpretativo si pone in ragione della peculiare inversione degli elementi strutturali che caratterizza tale particolare fattispecie di reato rispetto all'ipotesi ordinaria di rapina (in questa, la violenza o la minaccia sono dirette all'impossessamento, mediante sottrazione a chi detenga la cosa; nella fattispecie in esame, invece, la violenza o la minaccia sono posteriori alla sottrazione, essendo dirette ad assicurare il possesso della cosa sottratta od a procurare l'impunità).
In proposito, il prevalente orientamento giurisprudenziale di questa Corte regolatrice reputa configurabile la fattispecie del tentativo nella condotta materiale di chi, immediatamente dopo l'azione volta alla sottrazione del bene - che non riesca però a conseguire - eserciti violenza o minaccia al fine di procurarsi l'impunità; e considera, dunque, irrilevante che l'autore non sia riuscito a sottrarre il bene (cfr. da ultimo, Cass. sez. 2^, 10.11.2006, n. 40156, RV. 235448; id. sez. 2^, 2.3.2004, n. 17264, RV. 229700).
Altra interpretazione, minoritaria (più oltre menzionata), reputa, invece, che sussista tentativo di rapina impropria solo nel caso in cui, sottratta la cosa, la violenza e la minaccia siano dirette ad assicurare l'effettivo possesso o l'impunità. A quest'ultima lettura si richiama, dichiaratamente, il provvedimento impugnato, con il dissenso espresso dal P.G. oggi ricorrente.
Reputa questa Corte che la soluzione del quesito non possa essere affidata a mere concettualizzazioni od astrazioni di principio, ma debba, rigorosamente, muovere dalla formulazione letterale della norma. Il cui tenore appare, in verità, perspicuo ed insuscettivo di equivoci, a meno che la lettura non sia condizionata, come si è detto, da aprioristiche opzioni teoriche.
Ed infatti, dal testo della norma racchiusa nell'art. 628 c.p., comma 2, risulta, chiaramente, che alla stessa pena soggiace chi adopera violenza o minaccia immediatamente dopo la sottrazione, per assicurare a sè o ad altri il possesso della cosa sottratta, o per procurare a sè o ad altri l'impunità. La norma descrive, dunque, uno ben preciso sviluppo dinamico dell'azione delittuosa, delineando una fattispecie, per così dire, a formazione progressiva, in cui la sottrazione deve essere anteriore alla violenza, la quale, a sua volta, deve essere funzionale ad assicurare l'impossessamento o l'impunità. E', altresì, chiaro che impossessamento e sottrazione rappresentano, nella costruzione del reato, situazioni tutt'altro che coincidenti, ma concettualmente - ed ontologicamente - distinte. La sottrazione consiste, infatti, nell'apprensione materiale o nell'asportazione della cosa; l'impossessamento è, invece, l'acquisizione della cosa sottratta alla sfera giuridica di dominio od autonoma disponibilità dell'autore. Il tentativo di rapina impropria postula, a giudizio della Corte, che la sottrazione si sia realizzata e che la minaccia o violenza sia diretta all'impossessamento, non verificatosi per la reazione della persona offesa o per l'intervento di fattori esterni interruttivi dell'azione criminosa. Di guisa che, come sottolineato da autorevole dottrina, il ladro che, scoperto prima della consumazione del furto, faccia uso di violenza per mettersi in salvo, non commette tentativo di rapina impropria, non avendo ancora sottratto la cosa, bensì furto tentato in concorso con minacce o percosse od altro reato avente come elemento costitutivo la violenza o la minaccia (cfr., in tal senso, Cass. sez. 2^, n. 47086 del 14.10.2003, RV. 227763, con riferimento a fattispecie del ladro che, avendo sottratto dai banchi di un supermercato della merce, senza conseguirne l'effettivo possesso, per la vigilanza continua sulla sua azione criminosa posta in essere dal personale addetto alla sorveglianza, aveva poi usato violenza all'atto del controllo all'uscita dal supermercato, sia per impossessarsi degli oggetti che per assicurarsi l'impunità. Postula l'avvenuta sottrazione della cosa anche Cass. sez. 2^, n. 39941 del 25.9.2002, RV. 222847, con riferimento a fattispecie in cui era stata sbarrata l'uscita al derubato, posizionando una autovettura in modo tale da impedire qualsiasi tentativo di inseguimento del rapinatore;
cfr., pure, Cass. sez. 2^, n. 28044 del 16.5.2001, RV. 219629 e id.
sez. 5^, n. 3796 del 12.7.2000 richiamata dalla sentenza impugnata).
3. - Ed allora, per tutto quanto precede, il ricorso del P.G. deve essere rigettato.




Cassazione penale  sez. II 10 novembre 2006 n. 40156



SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il Giudice dell'udienza preliminare presso il Tribunale di Lucca, all'esito di giudizio abbreviato, con sentenza in data 6-4-2005 dichiarava T.G. colpevole dei reati a lui ascritti, tutti commessi in concorso con altre persone e, precisamente: a) del delitto di ricettazione di un'autovettura Audi, risultata provento di furto e utilizzata per la perpetrazione dei delitti di cui ai capi seguenti (in località non precisabile, in data immediatamente precedente alla notte tra il (OMISSIS) e il (OMISSIS)); b) del tentativo di furto ai danni di uno sportello bancomat (in (OMISSIS) tra il (OMISSIS) e il (OMISSIS)); c) del furto di due targhe, apposte sulla autovettura Audi, al fine di commettere i delitti di cui ai capi seguenti (in (OMISSIS) tra il (OMISSIS) e il (OMISSIS)); d) di altro tentativo di furto ai danni di uno sportello bancomat (in (OMISSIS) tra il (OMISSIS) e il (OMISSIS)); e) di lesioni aggravate dal nesso teleologia) con il delitto di cui al capo seguente, a titolo di concorso anomalo, procurate ruggendo ad elevata velocità con l'autovettura Audi e costringendo un ufficiale dei C.C. a lanciarsi sul marciapiede per evitare l'investimento; f) del tentativo di rapina impropria, sempre a titolo di concorso anomalo, ai danni di sportello bancomat, commesso adoperando, al fine di procurarsi l'impunità, violenza e minaccia, secondo quanto precisato nel capo precedente, non verificandosi l'evento a seguito dell'intervento dei C.C.; g) del furto di un'autovettura Wolkswagen Passat, al fine di trame profitto e l'impunità per i reati di cui ai capi precedenti (reati commessi in (OMISSIS) il (OMISSIS)).
Il G.U.P. - riuniti tutti i reati sotto il vincolo della continuazione e riconosciute le attenuanti di cui agli artt. 116 e 62 bis c.p., ritenendo prevalenti le generiche - condannava il T. alla pena di anni tre e mesi quattro di reclusione, nonchè al pagamento di Euro 1.800,00 di multa; dichiarava il medesimo interdetto dai pubblici uffici per anni cinque, con i consequenziali provvedimenti in ordine alle spese.
La sentenza di primo grado era confermata dalla Corte di appello di Firenze, che, con sentenza in data 6-12-2005, rigettava l'impugnazione proposta nell'interesse del T., osservando - per quanto ancora interessa in questa sede - che:
correttamente il G.U.P. aveva ritenuto la responsabilità del T., a titolo di concorso anomalo, per il tentativo di rapina impropria, oltre che per il reato di lesioni, tenuto conto delle rilevate condizioni del veicolo (all'autovettura Audi, utilizzata per l'azione delittuosa erano state, infatti, sostituite le targhe e al suo interno erano state rinvenute bombole di gas e di ossigeno, tubi di gomma, piedi di porco, un giubbotto antiproiettili), del comportamento dei soggetti agenti e del loro travisamento, nonchè di quanto era emerso nel corso delle indagini, circa le soste, che altro non apparivano essere che dei sopralluoghi, effettuate da altra autovettura nelle ore precedenti presso diverse banche; in tali circostanze, benchè l'azione esecutiva del reato non fosse ancora iniziata, dovevano ritenersi integrati gli estremi del tentativo di rapina, all'uopo essendo sufficiente anche un atto preparatorio;
peraltro, il tentativo di rapina impropria era da ravvisare anche sotto il profilo che il conducente dell'autovettura Audi, allorchè aveva effettuato la manovra di retromarcia, costringendo il tenente dei C.C. M. a gettarsi a terra, aveva avuto certamente la percezione del predetto, non essendo logico che effettuasse la manovra senza guardare indietro, compromettendo la fuga; inoltre ricorrevano i presupposti per l'affermazione della responsabilità del T. a titolo di concorso anomalo, ravvisandosi il fondamento di tale responsabilità nell'atteggiamento colposo del soggetto, che si affida, per realizzare altra condotta dolosamente prevista e voluta, anche all'attività altrui che non è suscettibile di controllo con la conseguenza; pertanto il concorso anomalo avrebbe potuto essere escluso solo se il reato più grave avesse rappresentato un evento atipico, cagionato da circostanze eccezionali e del tutto imprevedibili, il che non era neppure dedotto, nè ipotizzabile nel caso concreto.
La sentenza è stata impugnata per cassazione con distinti ricorsi dai due difensori del T.. In particolare con il ricorso in data 6-3-2006 la difesa deduce l'erronea applicazione della legge penale ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) e specificamente l'erronea applicazione dell'art. 628 c.p., comma 2 in comb. disp. con l'art. 56 c.p., in ordine alla qualificazione del fatto di cui al capo f) quale tentativo di rapina impropria, nonchè l'erronea applicazione della legge penale ex art. 606 c.p.p., comma 1 e specificamente dell'art. 116 c.p. in relazione ai capi e) ed f) con conseguente erronea attribuzione di responsabilità al T., a titolo di concorso anomalo, dei reati di rapina impropria e lesioni; mentre con il ricorso depositata in data 10-3-2006 la difesa ha eccepito la violazione dell'art. 606 c.p., comma 1, lett. b), c) ed e) in relazione agli artt. 56, 110, 116, 628 c.p..
Il P.G. presso questa Corte ha chiesto il rigetto del ricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE

I motivi di impugnazione, ancorchè proposti con distinti ricorsi dai due difensori del T., coinvolgono le medesime questioni, concernendo entrambi l'affermazione di penale responsabilità per il delitto di rapina impropria al capo f) e di lesioni aggravate al capo e), a titolo di concorso anomalo.
In particolare viene dedotta:
1) la non configurabilità, neppure in astratto, del tentativo di rapina impropria, in difetto di sottrazione della cosa; a tal riguardo il ricorrente - richiamando la tesi dottrinaria già proposta in sede di merito, condivisa da un arresto rimasto, però, isolato nel panorama giurisprudenziale (Cass., Sez. 5^, 12 luglio 1999, n. 3796) - sostiene che il tentativo di rapina impropria è configurabile solo quando rimanga allo stadio di tentativo la condotta diretta a conseguire l'impunità, essendo già consumata l'azione di sottrazione della cosa; in tale prospettiva, nel caso in esame, al conducente dell'autovettura Audi, che travolse il tenente dei C.C. M. (e, in ogni caso, non al T., che nella circostanza neppure sarebbe stato presente) andrebbe ascritto il tentativo di furto, in concorso con il reato di lesioni;
2) l'insussistenza degli estremi di cui all'art. 116 c.p., ricorrendo, nel caso concreto, varianti soggettivamente e obiettivamente riferibili al solo conducente del veicolo in fuga:
sotto tale profilo il Giudice di appello non avrebbe adeguatamente compreso le ragioni della difesa, la quale aveva dedotto, non già la mancata previsione, ma la stessa non prevedibilità delle varianti poste in essere;
3) la non configurabilità degli estremi del tentativo in considerazione dell'inidoneità ed equivocità degli atti posti in essere.
Ciò posto, va innanzitutto respinto l'assunto di principio sub n. 1, rilevandosi che la tesi di parte ricorrente, ancorchè condivisa da autorevole dottrina, risulta isolata in giurisprudenza. Invero non sono stati svolti argomenti nuovi che possano indurre a un ripensamento rispetto all'orientamento giurisprudenziale nettamente maggioritario, condiviso da questo Collegio, secondo cui sussiste il tentativo di rapina impropria quando l'agente, immediatamente dopo aver compiuto atti idonei diretti in modo non equivoco ad impossessarsi della cosa mobile altrui al fine di trame ingiusto profitto, senza riuscire nell'intento per cause indipendenti dal proprio volere, adoperi violenza o minaccia per assicurarsi l'impunità (cfr., ex plurimis, Cass. Sez. 2^, 30 gennaio 2004, n. 9262; Cass., Sez. 2^, 4 marzo 2003, Lucchesi; Cass., Sez. 2^, 16 maggio 2001, R.; Cass., Sez. 2^, 19 settembre 1990, M.).
Al riguardo occorre muovere dalla considerazione che il delitto di rapina impropria si configura come fattispecie autonoma rispetto al modello descritto nell'art. 628 cod. pen., comma 1, pur mantenendo l'intera gamma degli elementi che valgono a qualificare ed integrare la fattispecie criminosa ivi descritta. La norma incriminatrice recita, infatti, così: "alla stessa pena (prevista per la rapina, cd. propria) soggiace chi adopera violenza o minaccia immediatamente dopo la sottrazione, per assicurare a sè o ad altri il possesso della cosa sottratta, o per procurare a sè od altri l'impunità". Il che significa, da un lato, che la rapina impropria concreta una fattispecie criminosa complessa, di cui costituiscono elementi indefettibili (al pari di quella cd. propria) l'impossessamento, la violenza ovvero la minaccia e, dall'altro, che la seconda delle due azioni, necessarie ad integrare la complessiva condotta incriminata (e, cioè, la violenza o la minaccia) deve essere commessa in alternativa per assicurare l'evento patrimoniale cui è diretta la prima ovvero per procurare l'impunità per quanto già commesso. In sostanza l'unico evento giuridico del reato complesso è sempre di natura patrimoniale; mentre ciò che caratterizza la rapina impropria, distinguendola da quella propria, è la consecuzione di immediatezza dell'azione violenta, la quale è connessa alla condotta di sottrazione in sè considerata, e non all'evento dell'impossessamento che ad essa consegue, che ne costituisce in alternativa un fine. Dal che consegue l'assorbimento dell'offesa alla persona, cagionato con la condotta violenta, esattamente come nel caso della rapina propria (e perciò anche l'autonoma punibilità dell'evento più grave o progressivo, quale ad es. quello di lesione, che risultasse prodotto). "La violenza successiva all'impossessamento non sta, dunque, a rappresentare, in questa prospettiva, un concetto di esaurimento consumativo del primo momento in cui si articola la condotta criminosa, ma intende normativamente sottolineare esclusivamente il profilo cronologico e funzionale che colloca quella condotta come un prius rispetto all'altra, lasciando ovviamente inalterata l'applicabilità, a quella stessa condotta, degli ordinari principi in tema di tentativo" (così, Cass. Sez. 2^, 30 gennaio 2004, n. 9262 in motivazione).
Così precisati i contenuti della fattispecie criminosa, coniugando la norma all'esame con la norma generale di cui all'art. 56 c.p., la quale tutela la messa in pericolo del bene protetto, ancorchè l'azione non sia stata completata, non può escludersi che l'una o l'altra delle due azioni in cui si articola la condotta criminosa possa presentarsi in astratto nella forma del tentativo. In particolare, una volta ammesso il tentativo con riferimento alla fase dell'impossessamento, ne deriva, a parere di questo Collegio, che la successiva violenza esercitata per procurarsi l'impunità, resta strumentale all'azione sottrattiva e in essa assorbita, dando luogo al tentativo di rapina impropria (a sua volta, figura autonoma di reato), non essendovi alcuna ragione di scomporre il reato complesso in due autonome figure di tentato furto e di violenza o minaccia, per il sol fatto che la prima delle due condotte tipiche è rimasta allo stadio del tentativo.
Orbene, nel caso di specie, la ricostruzione della vicenda risulta effettuata in sede di merito con argomentazioni logiche e immuni da censure nella presente sede di legittimità, rilevandosi - con riferimento alla fase precedente al tentativo - le varie soste effettuate con altro veicolo, alcune ore prima, con funzione di appostamento in prossimità di diverse banche e l'inclusione nel programma criminoso, oltre che dei furti in (OMISSIS) e in (OMISSIS), anche del furto presso la Banca di Toscana di S. Concordio e - con riferimento agli elementi del fatto che integrando la condotta sub lett. f) - l'utilizzo di un'auto rubata, cui erano state apposte targhe di altro veicolo; il travisamento dei suoi occupanti, sorpresi dai C.C., mentre si coprivano il volto con passamontagna in prossimità dello sportello bancomat; la fuga ad alta velocità a fronte dell'ordine di arresto intimato dai C.C. e, in particolare, la manovra di retromarcia, che costringeva il tenente M. a lanciarsi sul marciapiede per evitare l'investimento. Da tali circostanze di fatto il Giudice del merito ha, correttamente, dedotto la responsabilità (a titolo di concorso anomalo) per la rapina impropria (oltre che per il reato di lesioni, in considerazione del procurato danno alla persona), considerata l'idoneità e la non equivocità della condotta diretta allo spossessamento, rimasta incompiuta per effetto dell'intervento della forza pubblica e la consecuzione temporale tra il tentativo di spossessamento e l'azione violenta, finalisticamente orientata a garantirsi l'impunità rispetto alla condotta immediatamente prima posta in essere.
Val la pena di precisare - trattandosi di circostanza rilevante ai fini dell'applicazione dell'art. 116 c.p. - che l'equipaggiamento dei concorrenti nel reato (bombole di gas e di ossigeno, tubi di gomma, piedi di porco e, soprattutto, il giubbotto antiproiettili, rinvenuti all'interno dell'autovettura Audi, utilizzata per il tentativo) evidenziano come il ricorso alla violenza non costituisse una variante assolutamente eccezionale e imprevedibile per i soggetti agenti; sicchè si rileva inconferente la tesi difensiva, secondo cui, in occasione del tentativo alla Banca di Toscana di San Concordio, il T. (che pure ha ammesso di aver svolto il ruolo di "palo" negli altri tentativi di furto) aveva perso i contatti con l'autovettura Audi dei complici.
Invero in tema di concorso di persone nel reato, la responsabilità del compartecipe ex art. 116 c.p. va esclusa solo allorchè è dimostrato che il reato diverso e più grave commesso dall'altro concorrente consiste in un evento atipico, individuandosi tale atipicità nell'eccezionalità e nell'imprevedibilità delle circostanze che cagionano l'evento stesso, tali da spezzare il nesso di causalità tra l'evento stesso e la condotta e la volizione del compartecipe. Invero la componente psichica del cosiddetto concorso anomalo - per il quale il concorrente di un reato ne risponde anche quando sia diverso da quello voluto, se l'evento è conseguenza della sua condotta - si colloca in un'area compresa tra la mancata previsione di uno sviluppo in effetti imprevedibile (situazione nella quale la responsabilità resta esclusa), e l'intervenuta rappresentazione dell'eventualità che il diverso evento potesse verificarsi, anche in termini di mera possibilità o scarsa probabilità (situazione nella quale si realizza un'ordinaria fattispecie concorsuale su base dolosa). La norma dell'ari. 116 c.p. si applica dunque quando l'imputato, pur non avendo previsto la commissione del diverso illecito da parte dei concorrenti, avrebbe potuto rappresentarsene l'eventualità se, alla luce di tutte le circostanze del caso concreto, avesse fatto uso della dovuta diligenza. (Cass. pen., Sez. 6^, 13/01/2005, n. 7388).
A tali effetti, nel caso all'esame, il Giudice a quo ha correttamente individuato il fondamento della responsabilità del T. in un atteggiamento colposo, rilevando come, nelle indicate circostanze del caso concreto, non potesse costituire evento del tutto imprevedibile per la sua eccezionalità il fatto che i concorrenti nel reato, provvisti di autovettura, per guadagnare la fuga, potessero realizzare, se sorpresi dalla P.G. (come pure poteva prevedersi che accadesse), atti di violenza, sia pure nei limiti dei mezzi di cui disponevano.
In definitiva i motivi di ricorso risultano tutti infondati e vanno, pertanto, rigettati, con i consequenziali provvedimenti in ordine alle spese processuali.





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