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Il giudizio abbreviato nel processo penale



il giudizio abbreviato e le indagini difensive


Il rito abbreviato, previsto e disciplinato dagli artt. 438 e ss del codice di procedura penale determina un mutamento strutturale dell'udienza preliminare che, da fase processuale intermedia tra le indagini e l'apertura del dibattimento, diventa la fase della celebrazione effettiva del processo sulla base del materiale probatorio formato dalla Pubblica Accusa.
 
L'indagato ha un vero e proprio diritto di accedere al rito abbreviato rinunciando alla formazione della prova nel contraddittorio delle parti.
 
L'indagato, nel formulare la richiesta di giudizio abbreviato può, ai sensi dell'art. 438 cp 5° comma, condizionare la richiesta ad un'integrazione probatoria (a condizione che si tratti di un'integrazione e non di una sostituzione del materiale probatorio già formato, che risulti la necessità dell'integrazione a fini decisori e che vi sia compatibilità con le finalità di economia processuale proprie del procedimento).
 
Il codice prevede una sola ipotesi di revoca dell'ordinanza con cui viene disposta l'apertura del rito abbreviato. L'imputato ha il diritto di regresso al rito ordinario qualora, all'esito dell'integrazione probatoria, anche disposta d'ufficio dal GIP, il PM modifichi l'imputazione o contesti nuove aggravanti.
 
Si è posta in giurisprudenza la questione se, in caso di abbreviato condizionato, sia ammissibile la revoca  dell'ordinanza che abbia ammesso il rito nel caso in cui l'integrazione probatoria richiesta non risulti, per impossibilità sopravvenuta, concretamente espletabile.
 
In  tale caso, applicando principi di carattere civilistico, potrebbe ritenersi che la deroga alla formazione della prova nel contraddittorio delle parti, basata sulla volontà dell'indagato condizionata a quell'integrazione probatoria rivelatasi a posteriori impossibile, non possa più giustificarsi alla luce del dettato costituzionale ed in particolare dell'art. 111 cost 5° comma.
 
L'indagato, infatti, presta il consenso al rito abbreviato solo a condizione che vi sia un'integrazione di prova. In mancanza, per circostanze sopravvenute, della possibilità di esperire quel mezzo di prova, dovrebbe ritenersi venuta meno anche la rinuncia dell'indagato alla formazione della prova in dibattimento nel contraddittorio delle parti.
 
Le Sezioni Unite, in linea con la giurisprudenza di legittimità costante della Corte, hanno invece ritenuto che il solo caso di revoca del giudizio abbreviato sia quello espressamente contemplato dall'art. 441 bis e che non vi sia alcun vulnus dei principi costituzionali in quanto occorre distinguere il momento in cui l'indagato accetta, sia pure in via condizionata, che gli elementi probatori unilateralmente formati dalla Pubblica Accusa entrino nel processo dal momento successivo in cui deve essere effettivamente svolta l'attività di integrazione probatoria.

Ad avviso della Corte il consenso è definitivo e le vicende successive inerenti l'integrazione probatoria richiesta non possono in aclun modo determinare il regresso al giudizio ordinario.



Cassazione penale  sez. un. 19 luglio 2012 n. 41461


I giudici rimettenti affermano, peraltro, di non poter condividere il principio dell'irrevocabilità del giudizio abbreviato, qualora, essendo stato lo stesso instaurato nella forma condizionata, divenga impossibile soddisfare la condizione probatoria apposta dall'imputato all'atto della richiesta. Rilevano come in tal senso non possa prescindersi dalla volontà dello stesso imputato non solo al momento dell'ammissione del rito, ma altresì in relazione alla sua prosecuzione nelle condizioni illustrate, in quanto il fondamento costituzionale del giudizio abbreviato risiede nella previsione dell'art. 111 Cost., comma 4, il quale autorizza la deroga al principio della formazione della prova nel contraddittorio delle parti proprio sul presupposto che l'imputato vi consenta (salvo, ovviamente, che non ricorrano le ulteriori Ipotesi configurate dalla disposizione menzionata). Non di meno, osserva ancora l'ordinanza, la compatibilità del giudizio abbreviato con i principi sanciti dalla Corte Europea dei diritti dell'uomo è stata riconosciuta dalla Corte di Strasburgo esclusivamente sulla base della spontanea rinunzia dell'imputato alle garanzie del rito ordinario. In tal senso, concludono i giudici rimettenti, la subordinazione della volontà di accettare il rito semplificato ad una integrazione probatoria assume natura essenziale e la mancata realizzazione di tale condizione, qualora non addebitabile allo stesso imputato, impedirebbe, in ossequio ai sopra ricordati principi, la prosecuzione del giudizio abbreviato senza il suo consenso, sia esso espresso o tacito.




1. La questione di diritto devoluta alle Sezioni Unite può essere riassunta nei seguenti termini: "se l'ordinanza di ammissione al giudizio abbreviato condizionato ad integrazione probatoria sia revocabile nel caso in cui la condizione alla quale il rito è subordinato si riveli non realizzabile per circostanze imprevedibili e sopraggiunte".
2. Sulla problematica sottoposta all'esame del Collegio non si registra un contrasto interpretativo. Con indirizzo esegetico univoco, infatti, la giurisprudenza di questa Corte ritiene che la sopravvenuta impossibilità di assunzione dell'integrazione probatoria, cui l'imputato abbia subordinato la richiesta di accesso al rito abbreviato condizionato, non incida sulla sua corretta instaurazione e sulla sua celebrazione, in quanto, alla luce delle regole generali che disciplinano l'istituto, non è configurabile un diritto dell'imputato ad ottenere, in questo caso, la retrocessione del giudizio nè, tanto meno, un potere del giudice di disporla (Sez. 1, n. 13544 del 22/01/2009, Xie, Rv. 243130; Sez. 2, n. 15117 del 02/04/2007, Polverino, Rv. 236391; Sez. 5, n. 40580 del 23/09/2002, Einaudi, Rv. 222970). Tale approdo ermeneutico muove dall'implicito presupposto che il vincolo discendente dalla condizione posta dall'imputato con la richiesta di accesso al giudizio abbreviato riguardi l'ammissione dell'integrazione probatoria invocata, ma che, una volta disposto il rito con la condizione chiesta dall'imputato, non possa configurarsi una sorta di retroattiva perdita di efficacia dell'atto d'impulso qualora la prova non venga concretamente assunta per cause indipendenti dalla volontà del giudice. Tale premessa generale viene desunta, in primo luogo, dall'interpretazione letterale e logico-sistematica dell'art. 438, comma 5, e art. 441 bis cod. proc. pen..
L'art. 438 cod. proc. pen., comma 5, fa espressamente salva - anche nell'ipotesi di giudizio abbreviato condizionato - la utilizzabilità ai fini della prova degli atti di cui all'art. 442, comma 1 bis, fra i quali sono inclusi quelli indicati all'art. 416 cod. proc. pen., comma 2, (fascicolo contenente la notizia di reato, documentazione relativa alle indagini espletate, verbali di atti eventualmente compiuti davanti al g.i.p.). Pertanto, l'eventuale integrazione probatoria, oltre a non mutare la natura e le caratteristiche proprie del giudizio abbreviato, non esplica la sua influenza sulle acquisizioni già esistenti, ma contribuisce ad arricchire il materiale probatorio di cui il giudice deve tener conto e può eventualmente incidere sulla valenza probatoria degli altri elementi già ottenuti, ma non sulla utilizzabilità di questi ultimi. Il mancato conseguimento del risultato probatorio dedotto in condizione non compromette, quindi, il valore del consenso prestato dall'imputato alla piena utilizzazione degli atti contenuti nel fascicolo del pubblico ministero.
L'art. 441 bis cod. proc. pen., a sua volta, indica tassativamente le ipotesi di revoca del provvedimento di ammissione del giudizio abbreviato, tra cui non è compreso il caso della sopravvenuta impossibilità, per circostanze imprevedibili, dell'assunzione dell'integrazione probatoria, cui l'imputato abbia subordinato la richiesta. In questa ipotesi non è, quindi, prevista dal sistema processuale l'adozione della revoca del provvedimento ammissivo del rito.
Qualora, poi, la richiesta di giudizio abbreviato sia stata subordinata ad integrazione probatoria non può trovare applicazione l'art. 526 cod. proc. pen., comma 1 bis. Tale norma si riferisce esclusivamente al processo dibattimentale, come si desume dalla collocazione della disposizione nel libro settimo concernente il giudizio ordinario e dalla lettura coordinata della disposizione in esame con l'art. 438 cod proc. pen., caratterizzato dalla delineazione di un ambito particolarmente ristretto dell'integrazione che deve risultare compatibile con le finalità di economia processuale propria del procedimento (Sez. 5, n. 40580 del 2002, Einaudi, cit.).
Con specifico riguardo ad una delle decisioni in precedenza richiamate (Sez. 2, n. 15117 del 2007, Polverino), non pare condivisibile la lettura della stessa prospettata dall'ordinanza di rimessione che, estrapolandolo dall'intero contesto argomentativo, ha valorizzato il richiamo all'assenza di un potere unilaterale e officioso di revoca del giudizio condizionato da parte del giudice e all'eventuale attribuzione al solo imputato della valutazione di opportunità circa la retrocessione del rito. Lo sviluppo della motivazione, infatti, è incentrato sulla riaffermazione del principio di tassatività delle ipotesi di revoca del giudizio abbreviato e sulla considerazione che in ogni caso - anche qualora si volesse accogliere la tesi della possibilità di retrocessione per impossibilità sopravvenuta dell'integrazione probatoria (che la sentenza in esame sembra, peraltro, respingere) - sarebbe necessaria una manifestazione di volontà dell'imputato che, nella concreta fattispecie, era mancata.
Un'ulteriore decisione di questa Corte (Sez. 1, n. 17317 dell'11/03/2004, Pawlak, Rv. 228652), richiamata nell'ordinanza di rimessione, non ha espressamente affrontato la questione dell'ammissibilità della retrocessione del rito in caso di impossibilità o superfluità sopravvenuta della prova, ma si è limitata a ritenere abnorme il provvedimento con il quale il giudice dell'udienza preliminare, dopo avere ammesso gli imputati al rito abbreviato condizionato - valutando, quindi, l'integrazione probatoria richiesta e ritenendola implicitamente necessaria e compatibile con le finalità di economia processuale proprie del procedimento, come previsto dall'art. 435 cod. proc. pen., comma 5, - ha revocato unilateralmente l'ordinanza ammissiva del rito stesso in ragione di presunte difficoltà nell'ottenere la comparizione del testimone (residente all'estero) richiesto dall'imputato e del rischio di scadenza dei termini di fase della custodia cautelare.
3. Il Collegio ritiene che l'orientamento illustrato al paragrafo che precede debba essere confermato sulla base delle seguenti argomentazioni.
3.1. L'introduzione, a seguito delle modifiche introdotte dalla L. 16 dicembre 1999, n. 479, di un modello "condizionato" di instaurazione del rito abbreviato accanto alla procedura fondata sulla richiesta di essere giudicati senza integrazione probatoria non ha inciso sulla natura dell'istituto che ha mantenuto una fisionomia unitaria, la cui caratteristica fondamentale e unificante è costituita dalla disponibilità manifestata dall'imputato all'utilizzo degli atti di indagine ai fini della decisione, accompagnata dalla contestuale rinuncia al contraddittorio dibattimentale.
Pertanto il giudizio abbreviato "condizionato" e quello "semplice" rappresentano modalità differenziate di sviluppo di un unico modello processuale e non espressione di istituti diversi (Sez. 1, n. 38595 del 17/09/2003, Mores, Rv. 225997).
L'imputato, nel formulare la richiesta di accesso al rito "condizionato", subordina l'efficacia della domanda all'assunzione di elementi di prova specificamente indicati, tanto che il giudice deve ammettere le prove sollecitate o, in alternativa, rigettare in toto la richiesta. Si può, pertanto, affermare che la domanda condizionata di rito abbreviato ha una struttura composita, in quanto comprende una richiesta principale, funzionale ad introdurre il rito, e una accessoria, volta all'ammissione di determinati mezzi di prova;
il mantenimento della richiesta principale è subordinato all'accoglimento di quella accessoria.
La richiesta (come già detto) deve essere specificamente condizionata all'ammissione della prova integrativa e in presenza - come nel caso in esame -di una molteplicità dei mezzi proposti - all'assunzione di ciascuno tra essi. Qualora, infatti, l'imputato e il suo difensore considerino irrinunciabili solo alcune delle integrazioni sollecitate, la restante parte della domanda degrada a mera istanza di ammissione delle prove aggiuntive, che il giudice ben può respingere, pur disponendo la definizione del giudizio con il rito speciale. In ogni caso, la domanda dell'imputato deve essere analitica, dovendo indicare non solo il mezzo da utilizzarsi per l'integrazione probatoria, ma anche le circostanze di fatto sulle quali investigare. Solo in tal modo, infatti, il giudice è posto in condizione di compiere una compiuta valutazione circa la necessità dell'integrazione e può essere correttamente circoscritto il diritto del pubblico ministero alla controprova.
3.2. Nell'ambito di questi principi generali, si tratta di stabilire se fatti imprevedibili e sopravvenuti alla introduzione del rito esplichino una qualche influenza sui presupposti costituenti l'oggetto della condizione dedotta dall'imputato per accedervi e sulla verifica effettuata dal giudice per ammetterlo.
Il Collegio ritiene che al quesito debba essere data risposta negativa.
L'ordinamento processuale non contempla la possibilità di revocare il giudizio abbreviato, già ammesso, al di fuori delle ipotesi espressamente regolate dalla legge. L'unico caso disciplinato in proposito dal legislatore è quello di cui all'art. 441 bis cod. proc. pen., comma 4, che prevede un'ipotesi di revoca obbligatoria dell'ordinanza su richiesta dell'imputato in presenza di nuove contestazioni ai sensi dell'art. 423 cod. proc. pen., comma 1. Il carattere eccezionale della disposizione si ricava, in primo luogo, dalla sua esegesi letterale, evidenziante una precisa correlazione procedimentale tra nuova contestazione, conseguenti possibili determinazioni dell'imputato, provvedimento di revoca dell'ordinanza ammissiva del giudizio abbreviato, fissazione (o prosecuzione) dell'udienza preliminare, preclusione alla riproposizione della richiesta del rito. Da un punto di vista logico-sistematico è, inoltre, significativa la circostanza che nessuna delle disposizioni che precedono, anche topograficamente, l'art. 441 bis cod. proc. pen. si occupi dell'eventuale revoca dell'ordinanza introduttiva del giudizio abbreviato e che tale eventualità sia contemplata solo in presenza di nuove contestazioni formulate dal pubblico ministero all'esito dell'integrazione probatoria sollecitata dall'imputato o all'ipotesi dell'esercizio officioso di tale potere da parte del giudice. Il combinato disposto dell'art. 441 bis, comma 1, art. 438, comma 5, art. 441 cod. proc. pen., comma 5, rende, quindi, evidente che solo in questo caso può determinarsi una regressione del processo alla fase e allo stato in cui si trovava al momento della presentazione della richiesta di giudizio abbreviato.
Il richiamo del canone ermeneutico ubi voluit dixit assume, quindi, in tale contesto, una precisa e significativa valenza: esso consente di affermare che il legislatore ha voluto prevedere casi tipi di revoca dell'ordinanza introduttiva del rito e ha voluto escludere la revocabilità del giudizio al di fuori della situazione esplicitamente regolata nell'art. 441 bis cod. proc. pen..
Quest'ultima disposizione è una norma di carattere eccezionale e, dunque, non suscettibile di generalizzazione o di applicazione in via analogica.
Dall'interpretazione letterale dell'art. 438 cod. proc. pen., comma 5, si ricava, inoltre, univocamente che il vincolo di subordinazione insito nella domanda avanzata dall'imputato e oggetto della delibazione giudiziale attiene all'ammissione della integrazione probatoria e non alla effettiva assunzione delle ulteriori acquisizioni probatorie. Di conseguenza il vincolo di subordinazione insito nella richiesta dell'imputato deve ritenersi utilmente assolto con l'instaurazione del rito e l'ammissione delle prove sollecitate dalla difesa; il relativo atto di impulso processuale non può essere influenzato dalle vicende correlate al distinto e successivo momento della effettiva assunzione della prova - che può essere influenzata da diversi fattori - e non può subire una retroattiva perdita di efficacia quando, per qualunque motivo, la prova non venga concretamente assunta.
L'attenta lettura del complessivo quadro normativo consente di delineare il limite naturale delle ulteriori acquisizioni probatorie che, come si evince dall'incipit dell'art. 438 cod. proc. pen., comma 5 ("ferma restando la utilizzabilità ai fini della prova degli atti indicati nell'art. 442, comma 1 bis"), debbono essere soltanto integrative, e non già sostitutive, del materiale già acquisito ed utilizzabile come base cognitiva, ponendosi, siccome circoscritte e strumentali ai fini della decisione di merito, quale essenziale e indefettibile supporto logico della stessa. La norma parla coerentemente di "integrazione probatoria", evidenziando così, anche sul piano terminologico, il carattere aggiuntivo ("integrazione") e non già sostitutivo, rispetto agli atti contenuti nel fascicolo del pubblico ministero, della prova che l'imputato intende far assumere nell'udienza preliminare.
L'impossibilità di revocare l'ordinanza ammissiva del giudizio abbreviato, qualora l'integrazione probatoria cui è stata subordinata la domanda si riveli non realizzabile per circostanze imprevedibili e sopravvenute, non si pone in conflitto neppure, sotto un profilo logico-sistematico, con la pregressa valutazione di necessità ai fini della decisione compiuta dal giudice nell'ambito dell'ordinanza che ammette il rito. L'ostacolo obiettivo all'acquisizione della prova opera, infatti, in ugual misura per il giudice dinanzi al quale si celebra il rito abbreviato e per quello del dibattimento dinanzi al quale - ammettendo la revocabilità dell'ordinanza introduttiva del rito in caso di impossibilità sopravvenuta dell'acquisizione probatoria per fattori imprevedibili - il giudizio dovrebbe svolgersi. Pertanto, l'eventuale retrocessione del processo, oltre a non porre rimedio a tale situazione, provocherebbe un'ingiustificata e irrazionale dilatazione dei tempi di definizione del processo che non sarebbe giustificata da maggiori garanzie dell'imputato.
3.3. Il sistema così ricostruito non contrasta con i principi generali e non menoma i diritti di difesa dell'imputato.
Il valore probatorio dell'elemento da acquisire, cui fa riferimento l'art. 438 cod. proc. pen., comma 5, va sussunto nell'oggettiva e sicura utilità/idoneità del probabile risultato probatorio ad assicurare il completo accertamento dei fatti rilevanti nel giudizio, nell'ambito dell'intero perimetro disegnato per l'oggetto della prova dalla disposizione generale di cui all'art. 187 cod. proc. pen.. La doverosità dell'ammissione della richiesta integrazione probatoria ne riflette il connotato di indispensabilità al fini della decisione e trova il suo limite nella circostanza che un qualsiasi aspetto di rilievo della regiudicanda non rimanga privo di solido e decisivo supporto logico-valutativo (Sez. U, n. 44711 del 27/10/2004, Wajib, Rv. 229173).
Ciò posto, è appena il caso di precisare che la richiesta condizionata non fornisce all'imputato il mezzo per un controllo sullo sviluppo della base cognitiva della decisione che dovrà essere assunta in esito al giudizio abbreviato. Da un lato, infatti, l'Imputato, nel momento in cui formula la domanda, accetta consapevolmente l'eventualità che la prova non possa essere assunta per cause che possono determinarsi anche nel giudizio ordinario:
basti pensare, a questo proposito, alla sopravvenuta irreperibilità del teste (circostanza verificatasi nel caso in esame) oppure all'esercizio della facoltà di non rispondere di cui si avvalga l'imputato di reato connesso ex art. 210 cod. proc. pen.. Sotto altro profilo occorre ricordare che l'integrazione officiosa a norma dell'art. 441 cod. proc. pen., comma 5, può essere disposta dal giudice anche quando vi siano già state acquisizioni in accoglimento della domanda difensiva. Quindi, con la richiesta condizionata, l'imputato assume tanto il rischio che l'integrazione probatoria non sia in concreto esperibile quanto che nuove prove vengano assunte fuori del suo controllo.
Inoltre, come osservato da un'autorevole dottrina, o l'assunzione della prova risulta effettivamente impossibile e, come tale, non determina alcuna lesione del diritto di difesa, poichè (come già accennato), l'impossibilità connoterebbe anche il giudizio celebrato nelle forme ordinarie, oppure la decisione del giudice di soprassedere all'assunzione della prova risulta illegittima e, in quanto tale, sindacabile in sede di gravame ed emendabile con l'assunzione della relativa prova in grado d'appello.
Considerato, quindi, che le vicende concernenti l'effettiva acquisizione della prova dopo la rituale instaurazione del rito condizionato sono ininfluenti rispetto alla stabilità del giudizio, l'eventuale retrocessione del processo deve ritenersi non consentita e, quindi, illegittima, pur se sollecitata dallo stesso imputato.
4. Questo approdo ermeneutico trova un ulteriore avallo nell'orientamento espresso dalla giurisprudenza di questa Corte sulla più generale questione della revocabilità del provvedimento che introduce il rito abbreviato.
Già prima della riforma che ha introdotto la possibilità per il giudice di integrare anche d'ufficio la base cognitiva per il giudizio, era prevalsa la tesi contraria a qualsiasi ipotesi di revoca dell'ordinanza introduttiva del rito abbreviato (Sez. 1, n. 5352 del 14/04/1993, Sammartino, Rv. 194216-194217) ed era oggetto di difformi valutazioni solo la sanzione processuale da collegare al provvedimento. La giurisprudenza di legittimità aveva tendenzialmente escluso che un'eventuale revoca del provvedimento di instaurazione del rito potesse essere ritenuto un atto abnorme, preferendo invece ritenere che all'illegittimità della revoca disposta dal giudice dovesse essere posto rimedio attraverso il recupero post-dibattimentale dello sconto di pena (Sez. 5, n. 3395 del 14/12/2004, dep. 2005, Di Ponio, Rv. 231408, relativa ad un giudizio abbreviato celebrato secondo le regole previgenti del rito;
Sez. 5, n. 874 del 22/02/1999, Cusenza, Rv. 212930; Sez. 1, n. 3600 del 27/05/1996, Grassi, Rv 205683).
Successivamente alla riforma introdotta dalla L. n. 479 del 1999 l'irrevocabilità del provvedimento introduttivo del rito, salvo quando espressamente prevista, è stata costantemente ribadita da questa Corte.
Con riguardo all'abbreviato instaurato nella modalità non condizionata si è precisato (Sez. 1, n. 25858 del 15/06/2006, Miccio, Rv 235260) che la possibilità di revocare l'ammissione al rito non insorge nemmeno nel caso in cui l'imputato abbia a sua volta revocato la relativa richiesta, trattandosi di facoltà non attribuitagli dall'ordinamento processuale se non nell'ipotesi disciplinata dall'art. 441 bis cod. proc. pen..
Quanto all'abbreviato condizionato il principio della non retrocedibilità del rito è stato affermato da molteplici decisioni (Sez. 1, n. 27578 del 23/06/2010, Azouz, Rv. 247733; Sez. 3, n. 9921 del 12/11/2009, dep. 2010, Majouri, Rv. 246326; Sez. 1, n. 32905 del 09/07/2008, De Silva, Rv 240683; Sez. 6, n. 21168 del 28/03/2007, Argese, Rv. 237081; Sez. 1, n. 33965 del 17/06/2004, Gurliaccio, Rv.
228707; Sez. 1, n. 17317 dell'11/03/2004, Pawlak, Rv. 228652) le quali fanno indistintamente riferimento alla mancata previsione, salvo che nell'ipotesi disciplinata dal citato art. 441-bis, del potere del giudice di disporre la revoca del provvedimento introduttivo del rito. Deve essere anche sottolineata la circostanza che le richiamate pronunzie hanno concluso nel senso illustrato sia nel caso in cui la revoca era stata disposta unilateralmente dal giudice sia nell'ipotesi in cui, invece, tale decisione era stata assunta su implicita sollecitazione dell'imputato che aveva dichiarato di rinunziare al rito (cfr., a quest'ultimo proposito, Sez. 1, n. 32905 del 09/07/2008, De Silva, Rv 240683).
Un'ulteriore decisione (Sez. 2, n. 12954 del 09/03/2007, Butini, Rv 236388), nel ribadire che la revoca del giudizio abbreviato già ammesso non è in linea di principio consentita, ha però precisato come non possa fondatamente parlarsi d'illegittimità della revoca, quando l'ordinanza ammissiva del rito sia essa stessa illegittima per violazione di norme inderogabili (nel caso di specie si trattava della rilevata originaria intempestività della richiesta di accesso al rito). In tale ipotesi, infatti, la revoca interverrebbe a ripristinare la legalità processuale e non potrebbe essere, perciò, censurata sotto alcun profilo, nemmeno quale mera irregolarità.
A proposito del vizio che affligge l'eventuale provvedimento di revoca del rito adottato dal giudice, con orientamento consolidato e di segno opposto a quello formatosi nella vigenza dello statuto originario del rito, si è ritenuto che l'ordinanza di revoca del giudizio abbreviato è affetta da abnormità (Sez. 3, n. 9921 del 2009, Majouri, cit; Sez. 1, n. 32905 del 2008, De Silva, cit; Sez. 6, n. 21168 del 2007, Argese, cit.; Sez. 1, n. 33965 del 2004, Gurliaccio, cit.; Sez. 1, n. 17317 del 2004, Pawlak, cit.).
5. La irrevocabilità dell'ordinanza di ammissione al giudizio abbreviato condizionato ad integrazione probatoria nel caso in cui, per circostanze imprevedibili e sopravvenute, l'integrazione non sia realizzabile, non contrasta, contrariamente a quanto argomentato nell'ordinanza di rimessione, con i principi della Carta fondamentale.
A fronte dell'inequivoco dato normativo contenuto nell'art. 438 cod. proc. pen., comma 5, è di tutta evidenza che, nel momento in cui formula richiesta di giudizio abbreviato, sia pure "condizionata", l'imputato - come "contropartita" ad una riduzione di pena nel caso di condanna - accetta l'utilizzabilità, ai fini della decisione di merito, dell'intero materiale probatorio raccolto nelle indagini preliminari fuori del contraddittorio tra le parti, senza alcuna eccezione. In tale ottica, la violazione dell'art. 111 Cost., comma 5, prospettata nell'ordinanza di rimessione è stata ritenuta manifestamente insussistente, posto che il consenso all'utilizzazione degli atti di indagine, insito nella richiesta di giudizio abbreviato, ricade nell'ambito delle ipotesi di deroga al principio di formazione della prova in contraddittorio considerata dal citato art. 111 Cost., comma 5, con la conseguente esclusione di ogni contrasto tra la nuova disciplina dell'abbreviato e i principi del "giusto processo" (Corte Cost., ord. n. 326 del 2001).
E' stata ritenuta priva di consistenza anche la denuncia della presunta violazione dell'art. 3 Cost., stante la palese eterogeneità - quanto a presupposti e disciplina - dei due moduli processuali posti a confronto (rito ordinario, con piene garanzie dibattimentali, e rito abbreviato, che presuppone la rinuncia dell'imputato alle stesse in cambio di uno "sconto" di pena in caso di condanna).
La Corte Costituzionale, pur non essendosi espressamente pronunciata sulla revocabilità del giudizio abbreviato, ha, però, affermato l'irrilevanza della sopravvenuta impossibilità "soggettiva" di assunzione della prova dedotta in condizione all'atto della richiesta del rito, ritenendo implicitamente come tale impossibilità non pregiudichi la sua prosecuzione e l'utilizzabilità ai fini della decisione di tutti gli atti in precedenza acquisiti ed integranti quello "stato degli atti" accettato dall'imputato nel momento in cui ha aderito al giudizio speciale. Sembra, dunque, potersi dedurre che anche per il giudice delle leggi la modalità di innesco del rito abbreviato descritta nell'art. 438 cod. proc. pen., comma 5, debba essere interpretata nel senso che la condizione apposta dall'imputato riguardi esclusivamente l'ammissione dell'integrazione probatoria richiesta, senza estendersi all'effettiva assunzione della medesima, qualora ciò non risulti possibile (giuridicamente o materialmente) per vicende sopravvenute e indipendenti dalla volontà del giudice.
Un ulteriore avallo alla tesi della irrevocabilità dell'ordinanza introduttiva del rito abbreviato - sia pure con riguardo all'impianto originario dell'istituto - è fornito da un'altra decisione della Corte Costituzionale (sent. n. 318 del 1992) che, su tale presupposto, ha ritenuto inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'art. 440 cod. proc. pen. nella parte in cui non prevedeva la revocabilità dell'ordinanza ammissiva del giudizio abbreviato in caso di modifica dello stato degli atti conseguenti all'interrogatorio dell'imputato, in riferimento all'art. 25, comma 1, art. 101, comma 2, art. 111 Cost., comma 1.
6. La soluzione interpretativa accolta dal Collegio si armonizza anche con i principi espressi dalla Corte Europea dei diritti dell'uomo che, pur non affrontando ex professo la questione, ha affermato la complessiva compatibilità della disciplina contenuta negli artt. 438 e ss. cod. proc. proc. con la Convenzione. La domanda di accesso al giudizio abbreviato rappresenta, infatti, l'espressione di una scelta consapevole e ponderata caratterizzata dalla volontaria accettazione della riduzione delle garanzie conseguente all'adesione al rito speciale in cambio di una consistente riduzione della pena in caso di condanna: "l'istante, assistito da due difensori di fiducia, è stato indubitabilmente in grado di rendersi conto delle conseguenze della sua richiesta di adozione della procedura abbreviata" (Corte EDU 18/10/2006, Hermi c. Italia, p. 78).
Nelle sue decisioni la Corte attribuisce, inoltre, particolare rilievo alla circostanza che l'instaurazione del giudizio abbreviato comporta rilevanti limiti al diritto del pubblico ministero di appellare le sentenze di condanna (Corte EDU 18/10/2006, Hermi c. Italia, p. 78; Corte EDU, 17/09/2009, Scoppola c. Italia, p. 134 e ss.).
Tali innegabili vantaggi insiti nella procedura richiesta dall'imputato giustificano, quindi, un'attenuazione delle garanzie processuali offerte dal diritto interno, quali, in particolare, la pubblicità del dibattimento, la possibilità di chiedere la produzione di elementi di prova e di ottenere la convocazione di testimoni (Corte EDU, 30/11/2000, Kwiatkowska c. Italia). Infatti, nell'ambito del giudizio abbreviato, la produzione di nuove prove, in linea di massima, è esclusa, poichè la decisione deve essere presa, salvo eccezioni, sulla base degli atti contenuti nel fascicolo della procura (sent. Hermi, dt., p. 87). Al riguardo la Corte (sent.
Scoppola, cit, p. 135 e ss.) osserva che "le garanzie sopra indicate costituiscono degli aspetti fondamentali del diritto a un processo equo sancito dall'art. 6 della Convenzione. Nè il testo nè lo spirito di questa disposizione impediscono che una persona vi rinunci spontaneamente In maniera espressa o tacita. Tuttavia, per essere presa in considerazione sotto il profilo della Convenzione, tale rinuncia deve essere stabilita in maniera non equivoca ed essere accompagnata da un minimo di garanzie corrispondenti alla sua importanza (Poitrimol c. Francia, 23 novembre 1993, p. 31, serie A n. 277-A, e Hermi, già cit., p. 73). Inoltre, essa non deve essere contraria ad alcun interesse pubblico importante (Hcikansson e Sturesson c. Svezia, 21 febbraio 1990, p. 66, serie A n. 171-A, e Sejdovic, cit., p. 86)".
E' indubbio, infine, che, a fronte di una rinuncia spontanea ed inequivoca a talune garanzie processuali da parte dell'imputato, sorge in capo a questo un'aspettativa a che lo Stato agisca in buona fede e rispettando le sue scelte. Pertanto, non è consentita alcuna forma di riduzione unilaterale del contenuto dell'accordo sul rito (Corte EDU, sent. Scoppola, cit., p. 134 e ss. che ha ritenuta lesiva del diritto del fair trial la modifica unilaterale in peius dei benefici sostanziali).
7. Sulla base di tutte le considerazioni sinora svolte può, quindi, conclusivamente affermarsi il seguente principio di diritto:
"l'ordinanza di ammissione al giudizio abbreviato condizionato ad integrazione probatoria non è revocabile nel caso in cui la condizione alla quale il rito è stato subordinato si riveli non realizzabile per circostanze imprevedibili e sopraggiunte".








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