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ricettazione e commercio di prodotti con segni falsi
Il concorso tra il delitto di ricettazione e quello del commercio di prodotti con segni falsi - artt. 474 e 648 cp - la soluzione delle Sezioni Unite condivisa dalla giurisprudenza di merito e legittimità successiva
 
La giurisprudenza, sia di merito che di legittimità successiva alle Sezioni Unite del 23427/2001 ha pacificamente riconosciuto il concorso della ricettazione con il delitto di cui all'art. 474 c.p. nell'ipotesi in cui siano detenuti per la vendita prodotti con marchi o altri degni distintivi contraffatti  (tra le ultime si veda Cassazione penale  sez. II, 26 marzo 2012 n. 28067, che risulta così massimata: "Il delitto di ricettazione (art. 648 c.p..) e quello di commercio di prodotti con segni falsi (art. 474 c.p.) possono concorrere, atteso che le fattispecie incriminatrici descrivono condotte diverse sotto il profilo strutturale e cronologico, tra le quali non può configurarsi un rapporto di specialità, e che non risulta dal sistema una diversa volontà espressa o implicita del legislatore.").
 
Secondo quanto chiarito dalle Sezioni Unite, sotto il profilo strutturale astratto, non sussiste un rapporto di specialità tra il delitto p. e p. dall'art. 648 c.p. e quello di cui all'art. 474 c.p. nè può ritenersi che l'acquisto dei prodotti con marchio contraffatto (integrante la ricettazione) sia assorbito dalla successiva commercializzazione o detenzione finalizzata alla vendita posta la contraria volontà del Legislatore chiaramente emergente dalla più aspra cornice edittale prevista per la ricettazione.
 
Sul piano strutturale, in particolare, le Sezioni Unite hanno avuto modo di osservare la diversità cronologica e ontologica tra la condotta integrante la ricettazione e quella integrante l'ipotesi delittuosa di cui all'art. 474 cp. Mentre con la ricettazione viene punito l'acquisto del prodotto con segni contraffatti o alterati, l'art. 474 c.p. punisce condotte successive, diverse ed eventuali.
 
Più in particolare le Sezioni Unite hanno avuto modo di osservare come:" nella ricettazione viene incriminato l'acquisto e più in generale la ricezione (ovvero l'intromissione in tali attività) di cose provenienti da reato; l'art. 474 c.p. sanziona invece la detenzione per la vendita o comunque la messa in circolazione di beni con marchi o segni contraffatti e non contempla il momento dell'acquisto; l'azione raffigurata nella prima norma è istantanea, mentre la detenzione a fini di vendita è permanente ed interviene successivamente.
 
Dal raffronto che si è operato emerge dunque che le condotte delineate sono ontologicamente nonché strutturalmente diverse e che esse non sono neppure contestuali, essendo ipotizzabile una soluzione di continuità anche rilevante; né varrebbe assumere che l'una presuppone l'altra: infatti, se la detenzione implica per sua natura un'apprensione, questa non integra sempre la ricettazione, ben potendosi verificare un acquisto senza la consapevolezza del carattere contraffatto dei segni (elemento essenziale della ricettazione), con posticipata presa di conoscenza e deliberazione di porre in circolazione i relativi prodotti".
 
L'insussistenza del rapporto di specialità in astratto viene dunque, in prima battuta, ritenuto sulla scorta della diversità onotlogica tra la condotta apprensiva, punita dall'art. 648 cp e di quella detentiva (e/o di commercializzazione punita dall'art. 474 c.p.).
 

Sotto tale profilo, almeno per quel che riguarda la condotta puramente detentiva, sembra opportuno rilevare come sia inimmaginabile una condotta apprensiva del bene che non determini contestualmente la traslazione della detenzione. Si deve, tuttavia, osservare, in linea con le conclusioni delle Sezioni Unite, che è, invece, ipotizzabile una condotta apprensiva diversa dalla ricezione ed idonea a determinare l'acquisto della detenzione. In sostanza, pur non essendo ipotizzabile un'apprensione del bene senza l'acquisto della detenzione è ben ipotizzabile l'ipotesi inversa.

Ove, dunque, il rapporto di specialità di cui all'art. 15 cp volto a prevenire il ne bis in idem sostanziale debba essere valutato solo in astratto, la condotta materiale descritta dal secondo comma dell'art. 474 cp e quella di cui all'art. 648 cp non possono essere sovrapposte in quanto se pure la ricezione determina necessariamente la detenzione, quest'ultima non presuppone sempre la ricezione.


D'altronde, la ricettazione, più gravemente punita rispetto al commercio di prodotti con segni falsi, potrebbe essere effettuata, in relazione a merce contraffatta, per conseguire profitti diversi da quelli derivanti dalla commercializzazione ed il profitto, come chiarito dalla Suprema Corte, potrebbe anche avere contenuto non patrimoniale (ex multis, si veda Cass Pen Sez II 12 ottobre 2000, secondo cui: "Il profitto , il cui conseguimento integra il dolo specifico del reato di ricettazione , può avere anche natura non patrimoniale. (Fattispecie relativa ad acquisto di prodotti falsificati, usati per arredare le vetrine del negozio: la Corte ha ritenuto integrato l'elemento psicologico del delitto del vantaggio genericamente economico conseguito attraverso l'abbellimento della vetrina, benché i beni falsificati ed usati per arredare la medesima - borse ed ombrelli - fossero diversi dei beni - vini e liquori - commercializzati nel negozio)".

 

Si giungerebbe, in definitiva, seguendo la via del concorso apparente di norme, alla previsione di una pena più grave in capo a colui che, per conseguire un profitto esclusivamente personale, acquistasse prodotti con segni falsi (dovendo rispondere del delitto di ricettazione), rispetto a chi, invece, acquistesse e successivamente detenesse per commercializzare tali prodotti (dovendo questi rispondere del solo delitto p. e p. dall'art. 474 cp).

In definitiva, come chiarito dalle Sezioni Unite, convergono ragioni di logica normativa e di giustizia sostanziale per ravvisare il concorso tra i delitti di cui all'art. 648 e 474 cp (verosimilmente legati dal vincolo della continuazione) nel fatto, di frequente verificazione nella pratica, di esser colti nel possesso, finalizato alla vendita, di prodotti con segni falsi.


Cassazione penale  sez. un. 09 gennaio 2001 n. 23427


Sussiste concorso fittizio di nome qualora una pluralità di disposizioni sia apparentemente applicabile nei confronti di un determinata condotta, mentre in effetti una sola di esse può operare perché altrimenti verrebbe addebitato più volte un accadimento unitariamente valutato dal punto di vista normativo, in contrasto col principio del ne bis in idem sostanziale posto a fondamento degli artt. 15, 68, 84 c.p..
Una tale convergenza ricorre in primis quando, ai sensi dell'art. 15 c.p., due norme regolino "la stessa materia", ossia qualifichino una identico contesto fattuale nel senso che una delle suddette comprenda in sé gli elementi dell'altra oltre ad uno o più dati specializzanti: in questo caso dovrà prevalere, salvo che sia altrimenti stabilito, la previsione speciale ossia quella che descrive la situazione con maggiori particolari.
Poiché il citato criterio presuppone una relazione logico- strutturale tra norme ne deriva che la locuzione "stessa materia" va intesa come fattispecie astratta - ossia come settore, aspetto dell'attività umana che la legge interviene a disciplinare - e non quale episodio in concreto verificatosi sussumibile in più norme, indipendentemente da un astratto rapporto di genere a specie tra queste.
In base a quanto sopra è da escludersi che gli artt. 648, 474 c.p. attribuiscano rilevanza penale alla stessa materia. All'uopo il richiamo alla natura del bene protetto - effettuato, con divergente valutazione, sia dalle sentenze che affermano una situazione di specialità sia da quelle che la negano - non pare decisivo.
È pur vero che vari precedenti di queste Sezioni, ai fini della nozione che qui interessa, si sono riportati a detto dato: esso, in ogni caso, non è stato preso in considerazione quale unico fattore, ma unitamente agli aspetti comportamentali, oggettivi e soggettivi, della fattispecie. (Cass. S.U. 30-4-76 n. 00010 imp. Canidu RV. 13365; Cass. S.U. 7-7-81 n. 06713 imp. Santamaria RV. 149667; Cass. S.U.19-1-82 n. 00420 imp. Emiliani RV. 151618; Cass. S.U. 8-1-98 n. 00119 imp. Deutsch RV. 20912. Il concetto de quo in Cass. S.U. 13-9-95 n. 09568 imp. La Spina RV. 202011 è stato utilizzato per così dire ad abundatiam, essendosi escluso un concorso fittizio tramite il rilievo espressamente definito "risolutivo" della diversa natura, penale e procedimentale, delle norme esaminate: artt. 218 c. 6 c.d.s. e 108 disp. att. c.p.p.) D'altro canto è da ricordare che recentemente queste Sezioni hanno chiaramente sottolineato, in tema di individuazione di continuità normativa o meno tra reati, la necessità di accertare ed identificare, secondo le regole proprie del concorso apparente di norme, gli elementi strutturali delle ipotesi tipiche, con riguardo alla natura ed modalità dei comportamenti nonché ai caratteri del dolo (Cass. S.U. 7-11-00 n. 00027 imp. Di Mauro RV. 217031; Cass. S.U. 15-1-00 n .00035 imp. Sagone RV. 217374). Né va sottaciuto che il riferimento alla identità o diversità dei beni tutelati può dare adito a dubbi nel caso di reati plurioffensivi; a ciò aggiungasi che le parole "stessa materia" sembrano utilizzate in luogo di "stessa fattispecie" o "stesso "fatto", per comprendere nel dettato dell'art. 15 c.p.p. anche il concorso di norme non incriminatrici che altrimenti resterebbe escluso.
Tornando ai rapporti tra l'art. 648 c.p. e l'art. 474 c.p si rileva:
nella ricettazione viene incriminato l'acquisto e più in generale la ricezione (ovvero l'intromissione in tali attività) di cose provenienti da reato; l'art. 474 c.p. sanziona invece la detenzione per la vendita o comunque la messa in circolazione di beni con marchi o segni contraffatti e non contempla il momento dell'acquisto; l'azione raffigurata nella prima norma è istantanea, mentre la detenzione a fini di vendita è permanente ed interviene successivamente.
Dal raffronto che si è operato emerge dunque che le condotte delineate sono ontologicamente nonché strutturalmente diverse e che esse non sono neppure contestuali, essendo ipotizzabile una soluzione di continuità anche rilevante; né varrebbe assumere che l'una presuppone l'altra: infatti, se la detenzione implica per sua natura un'apprensione, questa non integra sempre la ricettazione, ben potendosi verificare un acquisto senza la consapevolezza del carattere contraffatto dei segni (elemento essenziale della ricettazione), con posticipata presa di conoscenza e deliberazione di porre in circolazione i relativi prodotti. In tal caso la ricettazione non sarà addebitabile, non certo perché vi sia concorso apparente di norme, bensì perché gli estremi della medesima non risultano realizzati; di converso potrebbe accadere che la ricezione del bene con marchio contraffatto integri detto reato, ma non si addivenga all'altro ed allora è ovvio che si risponderà solo di ricettazione.
Sintomatica è la circostanza che l'art. 455 c.p. - in tema di messa in circolazione e spendita di monete falsificate - abbia inserito l'acquisto tra i comportamenti incriminati, così atteggiandosi, stante la peculiarità dei beni ricevuti, quale disposizione speciale rispetto all'art. 648 c.p.: l'assenza di una analogo elenco nell'art. 474 c.p. indica la inapplicabilità dell'art. 15 c.p.p..
Rimane da verificare se, al di là del principio di specialità, il concorso materiale dei reati per cui si discute debba essere escluso alla luce di una diversamente manifestata volontà normativa di valutare in termini di unitarietà le pur disomogenee fattispecie. L'esito è negativo.
Non esiste al proposito clausola di riserva, essendo quella di cui all'art. 474 c.p. limitata al concorso nel reato di cui all'art. 473 c.p; né potrebbe invocarsi il criterio della consunzione e precipuamente ipotesi di "ante factum" non punibile affermandosi che la detenzione a fini di vendita - se non necessariamente, quantomeno secondo l'id quod plerumque accidit - passa attraverso una ricettazione per cui il legislatore si sarebbe rappresentato una tale evenienza con previsione globale sotto il profilo sanzionatorio.
Una siffatta operazione interpretativa di giudizi di valore, onde evitare che venga pregiudicata la fondamentale esigenza di determinatezza in campo penale, postula che la considerazione abbinata delle vicende tipiche sia resa oggettivamente evidente e detta risultanza non può che essere individuata nella maggiore significatività della sanzione inflitta per il reato consumante o assorbente; quando invece sia più grave la pena sancita per quello che andrebbe assorbito, la consunzione va negata, dovendosi ravvisare un intento di consentire, attraverso una effettivo autonomo apprezzamento del disvalore delle ipotesi criminose, il regime del concorso dei reati. Invero, l'avere sottoposto a più benevolo trattamento il fatto/reato che potrebbe per la sua struttura essere assorbente, sta a dimostrare che della fattispecie eventualmente assorbibile non si è tenuto conto: pertanto la norma che la punisce è applicabile in concorso con l'altra, senza incorrere in duplicità di addebito.



474 cp
Introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi (1).


[I]. Fuori dei casi di concorso nei reati previsti dall'articolo 473, chiunque introduce nel territorio dello Stato, al fine di trarne profitto, prodotti industriali con marchi o altri segni distintivi, nazionali o esteri, contraffatti o alterati è punito con la reclusione da uno a quattro anni e con la multa da euro 3.500 a euro 35.000.
[II]. Fuori dei casi di concorso nella contraffazione, alterazione, introduzione nel territorio dello Stato, chiunque detiene per la vendita, pone in vendita o mette altrimenti in circolazione, al fine di trarne profitto, i prodotti di cui al primo comma è punito con la reclusione fino a due anni e con la multa fino a euro 20.000.
[III]. I delitti previsti dai commi primo e secondo sono punibili a condizione che siano state osservate le norme delle leggi interne, dei regolamenti comunitari e delle convenzioni internazionali sulla tutela della proprietà intellettuale o industriale


648 cp
Ricettazione (1).

[I]. Fuori dei casi di concorso nel reato [110], chi, al fine di procurare a sé o ad altri un profitto, acquista, riceve od occulta denaro o cose provenienti da un qualsiasi delitto, o comunque si intromette nel farle acquistare, ricevere od occultare, è punito con la reclusione da due ad otto anni e con la multa da 516 euro a 10.329 euro [379, 648-ter, 649, 709, 712] (2).
[II]. La pena è della reclusione sino a sei anni e della multa sino a 516 euro, se il fatto è di particolare tenuità [62n. 4, 133].
[III]. Le disposizioni di questo articolo si applicano anche quando [648-bis] l'autore del delitto, da cui il denaro o le cose provengono, non è imputabile [85] o non è punibile [46, 379, 649] ovvero quando manchi una condizione di procedibilità [336-346 c.p.p.] riferita a tale delitto (3).

 





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