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lo stalking entra nel condominio
Intervista all' Avv. Andrea Galmacci (Avvocato presso il Foro di Perugia) 

in tema di stalking con particolare riguardo al cd "stalking condominiale"

introduzione

Grazie alla novella del 2009 (cfr. art. 7 del d.l. 23 febbraio 2009 n. 11 convertito con modifiche dalla l. 23 aprile 2009, n. 38), ha trovato ospitalità all'interno del nostro ordinamento giuridico la nuova fattispecie incriminatrice dello “stalking”, rubricata all'art. 612 bis del codice penale sotto il nomen juris di “atti persecutori”.

Andremo a verificare quali sono, ad oggi, le applicazioni pratiche dello “stalking” ed in quali condotte tipizzate dal legislatore può ritenersi configurato tale reato, con speciale attenzione ad una recente pronuncia della Suprema Corte in tema di “stalking condominiale”.

CHI E', AD OGGI, LO “STALKER”, COLUI CHE PUO' ESSERE SOTTOPOSTO A PROCEDIMENTO PENALE PER IL REATO DI ATTI PERSECUTORI?

L'art. 612 bis del codice penale punisce a titolo di atti persecutori chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da:

1.      Cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura;

2.      Ingenerare un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva;

3.      Costringere taluno ad alterare le proprie abitudini di vita.

Questa nuova fattispecie di reato va a punire quelle condotte che, prima della novella del 2009, potevano essere perseguite esclusivamente a titolo di minaccia ovvero di molestia, con conseguenze dal punto di vista del trattamento sanzionatorio ben più lievi rispetto a quelle cui va incontro chi, ad oggi, viene riconosciuto colpevole del reato di stalking.

V'è subito da considerare che, atteso il dettato normativo e la natura del reato in esame (cfr. reato abituale), la condotta del soggetto attivo del reato (lo stalker) deve configurarsi non in un singolo episodio, bensì in condotte reiterate, ovverosia in plurime azioni che determinano nella vittima, quello stato di ansia, di paura, di timore, di alterazione delle proprie abitudini di vita che contraddistingue l'elemento oggettivo del reato.

Alla domanda “cosa debba intendersi per plurime azioni” è stata data un'esauriente risposta dalla giurisprudenza di legittimità (permultis: Cass. Pen. Sez. V, sent n. 7601 del 11/01/2011) laddove si è sancito che “anche due soli episodi di minaccia o molestia possono valere ad integrare il reato di atti persecutori previsto dall'art. 612 bis c.p., se abbiano indotto un perdurante stato di ansia o di paura nella vittima, che si sia vista costretta a modificare le proprie abitudini di vita.”  

Una sola condotta, quindi, non basta per integrare la fattispecie di atti persecutori; due, possono essere più che sufficienti.

CHE RAPPORTO INTERCORRE TRA IL REATO DI STALKING E QUELLO DI VIOLENZA PRIVATA?

L'errore in cui non si deve incorrere è quello di considerare il reato di violenza privata (art. 610 c.p.) legato ad un rapporto di genus ad speciem con quello di atti persecutori, considerando ricompresa all'interno degli atti persecutori la condotta propria della violenza privata; infatti, se così fosse, da un punto di vista squisitamente giuridico e di applicazione pratica, ciò equivarrebbe a ritenere che il reato di violenza privata non potrebbe essere contestato in concorso con quello di atti persecutori, proprio perchè ricompreso nella condotta tipica di questi ultimi.

Ebbene, la giurisprudenza, sul punto, ha di recente statuito (Cass. Pen. Sez. V, sentenza n. 20895 del 07/04/2011) che la disciplina dettata dall'art. 612 bis c.p. non è speciale rispetto a quella dell'art. 610 c.p. e può, quindi, concorrere con la medesima.

La violenza privata, infatti, “non genera solo il turbamento emotivo occasionale dell'offeso per il riferimento ad un male futuro (cfr. “atti persecutori”), ma esclude la sua stessa volontà in atto di determinarsi nella propria attività, d'onde il "quid pluris" di cui all'art. 610 c.p; mentre lo stalking influisce sull'emotività della vittima.”

E' quindi possibile che un soggetto si veda contestare la fattispecie di atti persecutori in concorso con quella di violenza privata.

IN TEMA DI MISURE CAUTELARI, COLUI AL QUALE VIENE CONTESTATO IL REATO DI ATTI PERSECUTORI A QUALI PROVVEDIMENTI PUO' ESSERE SOTTOPOSTO?

E' subito interessante sottolineare che il D.L. 11/09, oltre ad introdurre all'interno del codice penale il reato di atti persecutori, ha altresì ampliato il panorama delle misure cautelari coercitive, inserendo nel codice di rito gli articoli 282 ter e quater nei quali viene disciplinata, rispettivamente, la misura del “divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa” e dell' “obbligo di comunicazione del relativo provvedimento alla persona offesa dal reato, all'autorità di pubblica sicurezza ed ai servizi sociali”.

I provvedimenti di cui sopra rispondono lapalissianamente all'esigenza cautelare di evitare la reiterazione del reato da parte dell'indagato al quale, con l'applicazione delle misure in esame, viene inibito di avvicinarsi ai luoghi frequentati dalla “vittima” e, talvolta, di  comunicare con la stessa attraverso qualsiasi mezzo.

Ma v'è di più.

Il delitto di atti persecutori prevede una pena edittale compresa tra un minimo di 6 mesi ed un massimo di 4 anni di reclusione.

La previsione di una pena edittale massima, nella misura sopra riportata, non è stata certo casuale da parte del Legislatore.

Questa specifica previsione (quattro anni di reclusione nel massimo edittale) consente, infatti, previa la necessaria sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari di cui agli artt. 273 e 274 c.p.p., di applicare all'indagato per il reato di atti persecutori tutte le misure coercitive, compresa la più afflittiva e limitativa della liberà personale, ovverosia la custodia cautelare in carcere.

QUALI POSSONO ESSERE ESEMPI CONCRETI DI “ATTI PERSECUTORI” E, QUINDI, DI “STALKING”?

Innanzitutto, va specificato che il reato di atti persecutori è un reato “a forma libera” ovverosia che non necessita di una specifica condotta per poter essere configurato, differentemente dai reati c.d. “a forma vincolata” ove la fattispecie incriminatrice descrive analiticamente la condotta punita.

Per chiarire il concetto si pensi alla truffa (art. 640 c.p.), tipico esempio di reato a forma vincolata: la condotta del truffatore è (solo, n.d.a.) quella di colui che “con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad ad altri un ingiusto profitto con altrui danno”; l'omicidio, invece, reato a forma libera per eccellenza, punisce “chiunque cagiona la morte di un uomo” indipendentemente dal tipo di condotta che abbia cagionato l'evento.

Per citare alcuni degli esempi in cui la giurisprudenza di merito ha ritenuto sussistente la fattispecie di atti persecutori possiamo riferirci al c.d. stalking vigilante (controllo sulla vita quotidiana della vittima), al c.d. stalking comunicativo (consistente in contatti per via epistolare o telefonica, sms, scritte sui muri, ed altri messaggi in luoghi frequentati dalla persona offesa) ed al ben noto cyber-stalking, costituito dall'uso di tutte quelle tecniche di intrusione molesta nella vita della vittima rese possibili dalle moderne tecnologie informatiche quali, ad esempio, i social networks.

QUANDO SI PARLA DI STALKING, SOVENTE, CI SI RIFERISCE AD ATTI PERSECUTORI IN DANNO DI EX CONIUGI, EX FIDANZATI/E ED, IN GENERE, DI SOGGETTI LEGATI A CONTESTI SOCIO/FAMILIARI “VICINI” ALLO STALKER.

COSA SI INTENDE, INVECE, PER “STALKING CONDOMINIALE”?

Il concetto di “stalking condominiale”, se così possiamo definirlo, è stato introdotto da una recente pronuncia della Corte di Cassazione (cfr. Cass. Pen. Sez V, sent. n. 20895 del 07/04/2011) con la quale i Giudici hanno ritenuto che va punito per “stalking” chi minaccia indistintamente tutti i soggetti facenti parte di un condominio.

La questione sottoposta al vaglio di legittimità della Suprema Corte prende spunto dal pronunciamento della Corte d'Appello di Torino la quale, in un caso afferente a più atti persecutori commessi in danno di diverse persone residenti all'interno del medesimo condominio, ha respinto la lettura della norma (crr. Art. 612 bis c.p) fatta dal ricorrente, secondo la quale gli atti persecutori commessi in danno di più soggetti avrebbero dovuto essere valutati separatamente rispetto ad ognuno di essi.

Nella specie, erano stati commessi, in tempi e circostanze differenti, una serie di atti persecutori ai danni di più donne residenti nello stesso stabile.

Tali comportamenti avevano costituito per ciascuna di esse  motivo d'ansia.

Ebbene, la Corte di merito ha ritenuto che vi fosse un' unica condotta in violazione dell'art. 612 bis c.p.  rapportata a più soggetti.

Respingendo il ricorso dell'imputato ed accogliendo l'interpretazione fatta propria dalla corte di merito, il Supremo Consesso di Legittimità ha ritenuto ineludibile l'implicazione che “l'offesa arrecata ad una persona per la sua appartenenza ad un genere turbi di per sè ogni altra che faccia parte dello stesso genere”.

“Se (argomenta il Supremo Consesso di Legittimità) la condotta è reiterata indiscriminatamente contro talaltra, perchè vive nello stesso luogo privato, sì da esserne per questa ragione occasionale destinataria come la precedente persona minacciata o molestata, il fatto genera all'evidenza il turbamento di entrambe.”

L'interpretazione della Suprema Corte è sicuramente degna di rilevanza perché consente un nuovo ed interessante approccio giuridico a problematiche di non poco conto nella vita di tutti i giorni.

Il caso de quo si riferisce alla condotta minacciosa e molesta perpetrata dallo “stalker” direttamente contro più soggetti (nello specifico, donne) residenti all'interno dello stesso condominio.

Le problematiche inerenti alla vita condominiale sono le più svariate e sono quelle che, tanto in campo civile quanto in campo penale, hanno segnato noti pronunciamenti da parte della Corte di Cassazione (si ricordi, in materia civilista, la nota sentenza delle SS.UU. in tema di condominio minimo, per fare un esempio – Cfr. SS.UU. Civili 2046/2006).

Lo stalking, quindi, entra nel condominio.

Tale estensione giurisprudenziale può divenire nella vita di tutti i giorni questione di non poco conto.

Si pensi a tutti quei casi, non poco frequenti, in cui il singolo condomino ovvero più condomini si vedano costretti ad alterare le proprie abitudini di vita in ragione della condotta di altri condomini come nel caso di schiamazzi notturni ovvero di mancato rispetto delle regole stabilite a regolamento per i rumori molesti.

Grazie alla sentenza sopra richiamata, tutte queste condotte potrebbero, in astratto, essere fatte rientrare nel concetto di “molestia” richiamata dallo stalking, con conseguenze sanzionatorie di non scarsa rilevanza.

Inoltre, lo stalking condominiale investirebbe non solo la condotta direttamente rivolta contro più soggetti facenti parte del condominio (come nel caso poc'anzi commentato), bensì anche quelle condotte che, sebbene indirettamente, costringono il singolo condomino ad alterare le proprie abitudini di vita.

Si può quindi concludere che, la lettura della norma fatta dalla Corte, appresta un efficace  strumento di tutela a difesa di tutti coloro che vengono ad essere ingiustamente lesi da una serie di comportamenti, più o meno illegittimi, che determinano un turbamento alla tranquillità della vita quotidiana.      

LA RINGRAZIAMO DEL SUO CONTRIBUTO.

E' stato un piacere.

 





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