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stalking e maltrattamenti in famiglia la Cassazione traccia i confini

Stalking e maltrattamenti in famiglia la Cassazione traccia i confini tra le due fattispecie nei loro rapporti sincronici e diacronici

Approfondimento a cura di

Caterina Panzarino

Magistrato in tirocinio presso il Tribunale di Roma

La categoria di reati cosiddetti commessi contro le “fasce deboli” comprende al suo interno una serie di fattispecie  nei confronti di particolari tipologie di soggetti, qualificati come deboli per la posizione da loro rivestita all’interno del contesto sociale. Tra tali reati rinveniamo gli abusi sessuali su minori, le violenze sessuali non minorili, le violenze in genere, la pedopornografia, le circonvenzioni di persone incapaci e reati contro il patrimonio delle medesime, l’abbandono di persone incapaci ai sensi dell’art. 591 c.p., i maltrattamenti in famiglia oltre a qualunque forma di maltrattamento nei confronti dei minori, le truffe ed i furti in particolare quelle nei confronti di anziani, lo stalking.

Proprio con riferimento a tale tipologia di reati questione attuale risulta quella relativa al rapporto sussistente tra due fattispecie disciplinate dal codice stesso. In particolare, si tratta dei maltrattamenti in famiglia e degli atti persecutori o cosiddetto stalking.

L’art. 572 - Maltrattamenti in famiglia o verso i fanciulli stabilisce che

Chiunque, fuori dei casi indicati nell'articolo precedente, maltratta una persona della famiglia, o un minore degli anni quattordici, o una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l'esercizio di una professione o di un'arte, e' punito con la reclusione da uno a cinque anni.

Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a otto anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a venti anni.

La norma in esame tutela l’assistenza familiare intesa in senso lato in quanto trascende i rapporti familiari strictu sensu intesi per ricomprendere i rapporti di istruzione, cura, lavoro. Presupposto per l’applicazione della norma e’ proprio l’esistenza di questo tipo di rapporto tra il soggetto passivo e quello attivo del reato, rapporto che come abbiamo visto osservando il dettato della norma deve essere considerato nel senso piu’ ampio possibile.

Soggetto attivo del reato e’ il soggetto che e’ in un rapporto con il soggetto passivo di familiarità o in un rapporto di dipendenza o di svolgimento di attività professionale o artistica.

La condotta si qualifica per il porre in essere azioni costituenti maltrattamenti.

L’elemento soggettivo e’ il dolo generico

 

L’art. 612bis Atti persecutori prevede che

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, e’ punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.

La pena e’ aumentata se il fatto e’ commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa.

La pena e’ aumentata fino alla metà se il fatto e’ commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero con armi o da persona travisata.

Il delitto e’ punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela e’ di sei mesi. Si procede tuttavia d’ufficio se il fatto e’ commesso nei confronti di un minore o di una persona con disabilità di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, nonché quando il fatto e’ connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio.

L’interesse tutelato dalla norma e’ quello della libertà morale che va ricondotta al concetto di autodeterminazione, ossia di esplicazione della propria libertà senza alcun limite o condizione che non sia quello derivante dalla legge.

Soggetto attivo del reato può essere chiunque, dunque si tratta di un reato comune a differenza del 572 che va qualificato quale reato proprio.

La condotta si traduce nel recare minaccia o molestia. La minaccia si configura quale male futuro ed ingiusto, la cui verificazione dipende dalla volontà del soggetto agente: la molestia e’ qualunque condotta idonea a modificare provocando sofferenze, fastidi in modo diretto o indiretto la condizione psichica di un soggetto. Tale fattispecie per il suo configurarsi richiede la reiterazione di condotte moleste o minacciose che costringano il soggetto passivo a modificare il proprio modus vivendi.

Per quel che riguarda l’elemento soggettivo, la norma si caratterizza per essere a dolo generico.

Le due norme appena esaminate hanno certo posto dubbi sul loro ambito reciproco di applicazione e sul rapporto tra le stesse intercorrente. La Cassazione in un recente pronunciamento Cass. Pen. Sez VI n 24575/12 ha tracciato una linea di confine tra le due fattispecie.

In particolare, si legge:

L’art. 612 non ha abrogato la fattispecie dei maltrattamenti in famiglia che conserva immutata rilevanza penale.

E’ agevole osservare che l’oggettività’ giuridica delle due fattispecie di cui agli art. 572 e 612 bis c.p. e’ diversa e diversi sono i soggetti attivi e passivi delle due condotte illecite, ancorché le condotte materiali dei reati appaiano omologabili per modalità esecutive e per tipologia lesiva. Il reato di maltrattamenti e’ un reato contro la famiglia (per la precisione contro l’assistenza familiare) e il suo oggetto giuridico e’ costituito dai congiunti interessi dello stato alla tutela della famiglia da comportamenti vessatori e violenti e dell’interesse delle persone facenti parte della famiglia alla difesa della propria incolumità fisica e psichica. La latitudine applicativa della fattispecie e’determinata dall’estensione di rapporti basati su vincoli familiari, intendendosi per famiglia ogni gruppo di persone tra le quali, per strette relazioni e consuetudini di vita, si siano instaurati rapporti di assistenza e solidarietà reciproche, senza la necessità (pur ricorrente in tal genere di consorzi umani) della convivenza o di una stabile coabitazione. Al di là della lettera della norma incriminatrice (“chiunque”) il reato di maltrattamenti familiari e’ un reato proprio, potendo essere commesso soltanto da chi ricopra un “ruolo” nel contesto della famiglia (coniuge, genitore, figlio) o una posizione di “autorità” o peculiare “affidamento” nelle aggregazioni comunitarie assimilate alla famiglia dell’art. 572 c.p. (organismi di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, professione o arte). Specularmente il reato può essere commesso soltanto in pregiudizio di un soggetto che faccia parte di tali aggregazioni familiari o assimilate.

Il reato di atti persecutori e’ un reato contro la persona e in particolare contro la libertà morale, che può essere commesso da chiunque con atti di minaccia o molestia “reiterati” (reato abituale e che non presuppone l’esistenza di interrelazioni soggettive specifiche. Il rapporto tra tale reato e il reato di maltrattamenti e’ regolato dalla clausola di sussidiarietà prevista dall’art. 612 bis co 1 c.p. (“salvo che il fatto costituisca piu’ grave reato”), che rende applicabile –nelle condizioni date prima descritte- il reato di maltrattamenti, piu’ grave per pena edittale rispetto a quello di atti persecutori nella sua forma generale di cui all’art. 612 bis co 1 c.p.

Soltanto le forma aggravata del reato prevista dal 2 comma dell’art. 612 bis c.p. recupera ambiti referenziali latamente legati alla comunità famiglia (in senso stretto e suo proprio, con esclusione delle altre comunità assimilate ex art. 572 co 1 c.p.) e che ne costituiscono – se così può dirsi- postume proiezioni temporali, allorché il soggetto attivo (in questa forma aggravata il reato acquista matura di reato proprio) sia il coniuge legalmente separato o divorziato o un soggetto che sia stato legato da una relazione affettiva alla persona offesa (cioè da una aggregazione in sostanza surrogatoria della famiglia strictu sensu).

Sotto questo profilo, ferma l’eventualità’ di un possibile di un concorso apparente di norme che renda applicabili (concorrenti) entrambi i reati di maltrattamenti e di atti persecutori, il reato di cui all’art. 612bis c.p. diviene idoneo a sanzionare con effetti diacronici comportamenti che, sorti in seno alla comunità familiare (o assimilata) ovvero determinati dalla sua esistenza e sviluppo, esulerebbero dalla fattispecie dei maltrattamenti per la sopravvenuta cessazione del vincolo o sodalizio familiare e affettivo o comunque della sua attualità e continuità temporale. Ciò che può valere, in particolare (se non unicamente), in caso di divorzio o di “relazione affettiva” definitivamente cessata giacché anche in caso di separazione legale (oltre che di fatto) questa S.C. ha affermato la ravvisabilita’ del reato di maltrattamenti, al venire meno anche dei doveri di reciproco rispetto e di assistenza morale e materiale tra i coniugi. (cfr.: Cass. Sez 5 1.2.1999 n. 3570, Valente, rv 213515: Cass. Sez. 6, 27.6.2008 n. 26571, rv 241253.)





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